16 febbraio 2026
“Tempesta: tra tufo e cuore. La “storia” di Andrea Coghe, attraverso gli occhi di Camillo.”
Oggi desidero parlare di Andrea Coghe, per tutti Tempesta. Non è soltanto un fantino. È una storia che corre insieme al Palio di Siena, fatta di polvere e silenzi, di cadute improvvise e risalite ostinate, di curve basse disegnate con il coraggio più che con il calcolo, sul tufo che non perdona ma ricorda tutto.
Andrea, a volte, dà l’impressione di essere uno “sbruffone”. È una percezione superficiale, figlia forse della tensione, del modo diretto, ruvido, di stare al mondo quando senti il fuoco addosso. In realtà è l’opposto: è un uomo profondamente sensibile, uno che si carica tutto sulle spalle, che sente il giudizio della Piazza come pochi altri. Un babbo attento, affettuoso, presente, ma anche duro quando c’è da esserlo. Perché Andrea conosce il valore delle regole, del sacrificio, della responsabilità. La Piazza gli regala sensazioni che nient’altro al mondo riesce a dargli: adrenalina, paura, appartenenza, solitudine. E proprio lì, in quel cerchio di tufo e storia, il desiderio di affermarsi è diventato sempre più forte, nonostante — o forse grazie a — gli errori commessi, che non ha mai negato, ma sempre riconosciuto come parte del suo cammino.
Figlio d’arte, Andrea nasce con il Palio addosso. Il suo babbo, Massimo Coghe, è stato uno dei grandi: 33 Palii corsi, tre vittorie, un fantino “che andava per la maggiore”, uno di quelli che sapevano stare dentro la tensione senza spezzarsi, anche quando la fortuna non lo ha sempre accompagnato. Da lui Andrea eredita la determinazione e il rispetto profondo per il mestiere e per i cavalli, ma anche il peso di un cognome che a Siena non concede scorciatoie. La tecnica, quella quasi chirurgica, apparteneva più al babbo; Andrea ha fatto sua soprattutto l’anima combattiva, l’istinto, la capacità di non tirarsi mai indietro.
Prima ancora di essere fantino, Andrea è uno sportivo. Corre, fa atletica, è podista. Impara presto il valore della fatica quotidiana, del sacrificio silenzioso, del rispetto per il corpo e per la mente. Lo sport gli insegna a perdere e a rialzarsi: lezioni che al Palio tornano sempre, puntuali, inevitabili.
Si sposa giovane con Camilla, che diventa subito il suo baricentro emotivo. Presenza solidissima, è il suo appoggio nei momenti in cui la Piazza sembra voltargli le spalle. Per anni Camilla ha fatto la spola tra Siena e Firenze: fiorentina di origine, con il lavoro e un’attività a Firenze portata avanti fino a poco tempo fa, prima di venderla. Una vita divisa tra due città, tenuta insieme dall’equilibrio di una donna che ha sempre rappresentato il porto sicuro di Andrea.
Insieme costruiscono una famiglia. Prima nasce Vittoria. Poi, a distanza di circa nove, dieci anni, arriva il secondo figlio, Alberto. Al momento della vittoria più importante della carriera, Andrea è babbo solo di Vittoria, e questo rende quel giorno ancora più intimo, fragile, umano, pensando che Alberto c’era già: era lì, nella pancia di Camilla, che si stava formando.
Andrea corre 9 Palii. Ne vince uno, il terzo. Lo corre per la Contrada della Tartuca, ed è una vittoria scritta con inchiostro dolceamaro. Alla seconda curva del Casato va in testa. Sta facendo un Palio perfetto. Ma non gli viene lasciato lo spazio per alzarsi e impostare la curva come vorrebbe. La gamba si alza per evitare di urtare contro il colonnino e cade quando è davanti. Cade quando tutto sembra possibile.
Si rialza. E in quell’istante vede la scena più incredibile e bella: il cavallo continua, libero, determinato. Porta a termine ciò che lui aveva iniziato. La Tartuca vince con il cavallo scosso. Andrea è lì, in piedi, con il fiato spezzato e gli occhi lucidi, mentre Piazza del Campo esplode. Non c’è l’abbraccio sul collo del cavallo, ma c’è qualcosa di forse ancora più profondo: la consapevolezza di aver corso un Palio vero, fino in fondo.
Quel giorno Andrea capisce che il Palio non ti chiede soltanto di vincere. Ti chiede di accettare anche il modo in cui vinci.
La carriera di Tempesta è fatta di alti e bassi, di monte da conquistare ogni volta, di trattative, attese, delusioni e ripartenze. Non è mai stato un fantino da strada spianata. Ogni monta è una conquista, ogni Palio una lotta. Nulla è scontato.
Il suo limite, lo sa anche lui, non è in corsa. In corsa Andrea è istinto puro: traiettorie basse, coraggio senza sprechi, scelte prese in una frazione di secondo. Il suo tallone d’Achille è l’attesa, il canape. È lì che a volte la mente può volare via, perdere quell’attimo che è tutto, in quel limbo sospeso tra la mossa e il via dove conta più la freddezza che il coraggio.
Quando viene ben intervistato, Andrea si apre. Non è mai banale. Parla di sport, di vita, di rispetto, di sacrificio. E anche quando non la nomina, si sente sempre la presenza di Camilla. Quando ricorda il suocero, le lacrime gli scendono sul viso. Quando parla dei figli, invece, il volto si distende, sorride, gli occhi si illuminano.
Tempesta è uno di quei fantini che non puoi ridurre a un numero di vittorie. È uno che cade in testa e si rialza da uomo. Uno che vede il cavallo vincere senza di lui e sente comunque di far parte di quella vittoria. Uno che porta il Palio addosso non come un trofeo, ma come una responsabilità.
E finché ci saranno canapi da affrontare e curve da disegnare sul tufo di Siena, Andrea Coghe continuerà a lottare. Per una monta, per un’occasione, per restare fedele a sé stesso. Perché il Palio, per chi lo vive davvero, non finisce mai.
In bocca al lupo per la professione e la vita, Andrea.
Camillo
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