25 gennaio 2026
Carlo Sanna, diventare uomo prima del tempo
Ci sono fantini forti e poi ci sono uomini forti. Non sempre le due cose coincidono. Con Carlo Sanna sì, ed è forse questo che lo rende diverso da tanti altri. Io Carlo non l’ho mai visto solo come Brigante, come il nome che rimbomba in Piazza quando c’è da fare sul serio o come quello dei drappelloni vinti. Io l’ho sempre guardato prima come uomo. ( La primissima volta che venne a Siena, venne nella mia scuderia; fece il suo primo galoppo sulla pista di Mociano insieme a me: lui montava Peperino e io Nitrito ) Perché certi caratteri li capisci da come stanno in silenzio, non da come esultano. E lui è uno di quelli: poche parole, sguardo dritto, niente teatro. Sostanza pura.
La sua storia non parte dal Palio, parte da molto prima. Parte da un ragazzo cresciuto con i cavalli, con il Babbo che lo mette a cavallo per la prima volta, con l’odore della terra addosso e la fatica come compagna quotidiana. Uno che ha imparato presto che nessuno ti regala niente. Ma soprattutto uno che è diventato grande quando ancora non era il momento di diventarlo. Carlo ha sentito il pianto del suo primo figlio giovanissimo, mentre tanti suoi coetanei stavano ancora giocando e capendo cosa fare della propria vita. Con lui Federica, la compagna di sempre, quella dei tempi dell’adolescenza, diventata poi moglie, spalla, casa. Anche lei cresciuta troppo presto, anche lei costretta a saltare le tappe. Perché quando metti su famiglia così giovane non hai tempo di provarci, devi farcela e basta. E Federica è stata la forza silenziosa di tutto questo, quella che tiene insieme i pezzi quando lui è in giro tra ippodromi, corse, trasferte, prove. Di Carlo si vede il fantino, ma dietro c’è lei che regge la normalità, che tiene in piedi la famiglia, che gli permette di inseguire un mestiere che non dà certezze. Senza Federica, questa storia semplicemente non esisterebbe.
Oggi sono una famiglia vera, piena, viva. Tre figli, due maschi e una femmina. E quando Carlo parla di loro gli cambia lo sguardo, diventa un altro. Daniele ha compiuto da poco diciotto anni e già da un paio d’anni corre nei gentlemen rider in ippodromo, e lo fa con risultati importanti, non per il cognome ma per la fame che ha dentro. La stessa fame del babbo. Il più piccolo invece freme, conta i giorni, vuole crescere in fretta per poter fare quello che già fa suo fratello. E lì Carlo si trova nel mezzo, diviso tra la voglia di essere ancora ragazzo e correre solo per sé e la responsabilità di fare il padre, dare regole, insegnare, guidare. Non è facile, perché essere esempio pesa più di qualsiasi Palio, ma lui quella responsabilità se la prende tutta, come ha sempre fatto nella vita.
Il suo primo vero periodo senese non è stato solo entusiasmo e sogni. È stato segnato da un dolore enorme, la perdita del fratello, a cui era legatissimo, praticamente un coetaneo, più amico che fratello. Una ferita che ti cambia per sempre. E certe ferite te le porti dietro anche quando vinci. Quando arrivò la prima vittoria con l’Onda non era solo festa, non era solo gloria. In quel successo c’era una dedica silenziosa, qualcosa che andava oltre il Palio. Si capiva dagli occhi che stava correndo anche per lui, per chi non c’era più.
Come fantino Carlo è quello che ho sempre descritto anche nelle mie interviste: concreto, di parola, uno che non si monta la testa. Non fa scena, non cerca i riflettori. Studia, aspetta, capisce la corsa. Ha testa prima ancora che istinto. E tre Palii a Siena non li vinci per caso. Li vinci perché nei momenti decisivi non tremi, perché sai leggere le situazioni, perché hai carattere. E il carattere non lo compri e non lo costruisci: o ce l’hai o non ce l’hai. Lui ce l’ha sempre avuto.
A me Carlo ha sempre dato l’idea di una persona semplice: casa, famiglia, cavalli. Lavoro e sacrificio. Uno che si alza presto e non si lamenta, uno che ha imparato a portare pesi grossi quando era ancora un ragazzo. E forse è per questo che quando monta al canape non lo vedi mai leggero o spavaldo. Lo vedi concentrato, quasi serio, come se ogni corsa fosse una responsabilità prima ancora che uno spettacolo. Perché lui non corre solo per vincere. Corre per chi lo aspetta a casa, per Federica che gli ha sempre coperto le spalle, per i figli che lo guardano come un esempio, per suo fratello che si porta dentro ogni giorno.
Alla fine, se la devo dire alla mia maniera, senza frasi belle e senza retorica, Carlo Sanna non è solo un fantino che ha vinto tre Palii, tante corse in Gentlemen Riders e in provincia. È uno che è diventato uomo prima del tempo, e non si è mai tirato indietro. Tra tutte le corse che ha fatto, la più importante probabilmente non è quella in Piazza del Campo, ma quella che continua ogni giorno fuori, per la sua famiglia, ed è il risultato di un patto stretto tanti anni fa tra lui e Federica, ed è quello, che secondo me, vale più di qualsiasi drappellone.
Camillo
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