15 gennaio 2026
Giovanni Atzeni: L’Aggeggio venuto da lontano con la vittoria nel Sangue
Se vuoi capire Giovanni Atzeni, devi smettere di guardare solo i numeri. Devi guardare l’incrocio di destini che lo ha generato. Tutto parte da Babbo Franco, sardo di granito che fece la valigia per la Germania. Lì, tra il freddo e il lavoro duro, incontrò Cristina quella mamma tedesca che ha dato a Giovanni la disciplina di un orologio di precisione. Un ponte tra il mare e il Reno, con quattro sorelle a fargli da scudo: una è ancora là, in Germania, a incitare oltre confine, mentre le altre, in Sardegna, sono il suo porto sicuro insieme a Ilaria e al figlio Mattia. Ma la sua vera “scuola di guerra” ha un nome e un cognome: Luigi Bruschelli.
Giovanni è cresciuto all’ombra di Trecciolino. Da lui non ha solo imparato a montare; ne ha “rubato” con gli occhi la capacità di lavorare il Palio a terra. Quella politica sottile, fatta di silenzi, incastri e strategie che si tessono nei mesi invernali, per tirar fuori la Stoffa nell’estate. Ma attenzione, se Luigi era il maestro della scacchiera, Giovanni è diventato il boia dell’esecuzione. Ha preso il metodo del maestro e lo ha trasformato in un’arma letale, aggiungendoci una fame che non guarda in faccia a nessuno.
Quando il canape cade, il “ragazzo perbene” sparisce. Lì esce fuori la cattiveria agonistica pura. Dal momento in cui scatta la mossa fino alla prima curva di San Martino, Giovanni non corre: aggredisce lo spazio. Lo vedi schiacciato sul cavallo, quasi a volersi fondere con lui, a sussurrargli (o meglio, a urlargli) nelle orecchie: “Vai, che voglio vince!”.
E non finisce lì. La sua firma è l’ultimo Casato. In quei metri finali, lui imprime una forza, una cattiveria che ti sorprende, ti meraviglia. È tutto un blocco unico con l’animale, una spinta furiosa verso il bandierino. È lì che vedi il vero “Aggeggio”: quel viso imbronciato, tirato, quasi rabbioso. È il volto di chi vuole una cosa a tutti i costi e non ha paura di farlo vedere al mondo intero.
Diciamocelo chiaramente, a volte questa sua voglia di vincere, sempre e comunque, va a sbattere contro le regole non scritte della “politica paliesca”. In un mondo di compromessi, Giovanni spesso sceglie la via più breve: la vittoria. Non gli interessa essere simpatico, gli interessa essere il primo. Quel suo piglio da “voglio tutto”, quel muso lungo di chi sta già pensando al prossimo Palio un secondo dopo aver vinto quello attuale, è ciò che lo rende unico.
“Giovanni non aspetta che il Palio gli arrivi tra le mani. Lui se lo va a prendere, strappandolo di bocca agli altri, con la ferocia, a volte anche troppo esagerata, di chi pensa che ogni corsa potrebbe essere l’ultima.”
Ecco, se devo tirar le somme su chi è davvero Giovanni Atzeni, mi scatta dentro qualcosa di profondo. Non chiamatelo solo “fantino”, perché è riduttivo. Giovanni è un monumento alla volontà. Quando lo guardo vedo un uomo che ha trasformato la sua vita in un proiettile puntato verso il successo. In lui rivedo il sacrificio di Babbo Franco che partì dal nulla, vedo la compostezza di sua madre tedesca che non ha mai tremato davanti alle sfide, e sento l’urlo silenzioso di una Sardegna che non si piega mai.
La sua non è semplice ambizione, è un’ossessione benedetta. È quel “voglio vince” che gli leggi nei muscoli tesi, in quella posizione schiacciata che è diventata il suo marchio di fabbrica, dove sembra quasi che voglia spingere il cavallo con la forza del pensiero, con i polmoni, con le unghie. È un predatore della pista che non sa cosa sia la sazietà. Quel viso imbronciato, in quella maschera di ferro che indossa dal primo minuto di Palio, a iniziare dalla Passeggiata Storica, fino al Bandierino. Lui non corre per la gloria dei posteri, corre perché sente il dovere di onorare il sangue che gli scorre nelle vene e la fiducia di chi, a casa, lo aspetta dopo aver pregato per lui.
Sì, a volte rompe gli equilibri della politica. Sì, a volte quel suo piglio infastidisce chi vorrebbe un Palio più “morbido” meno “preparato”. Ma il Palio è vita, e la vita è lotta. Giovanni ha preso gli insegnamenti di Luigi Bruschelli e li ha portati in una nuova era, dove la tecnica si sposa con una ferocia agonistica e pochi son come lui nella storia moderna. Non cerca la carezza della Piazza, cerca il rispetto dell’arrivo al Bandierino.
Quando scende da cavallo, vittorioso o sconfitto, lo vedi abbracciare Ilaria e il giovane Mattia, capisci che quel mostro di cattiveria agonistica è solo un uomo che protegge il suo mondo, che sia con il sorriso di chi ha vinto o con il grugno di chi ha perso. È un guerriero che combatte per se stesso, per la sua famiglia, per le sue quattro sorelle, per i suoi genitori, per i suoi nonni, per la sua terra lontana e per quella Siena che ormai lo ha adottato.
L’Aggeggio è così: prendere o lasciare. Un uomo tutto d’un pezzo, un cuore sardo avvolto in una corazza di disciplina tedesca. Un Re che non ha bisogno di corona, perché la sua maestà la scrive sulla terra ogni volta che il canape cade. E finché avrà quella rabbia negli occhi all’ultimo Casato, finché sentirà quel bisogno fisico di arrivare davanti a tutti, noi saremo qui a raccontare di un uomo che ha trasformato il fango in oro e il silenzio in leggenda.
Complimenti Giovanni, in bocca al lupo per la professione e la vita
Camillo
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