14 Maggio 2026
Figaro: Ci sono cavalli che corrono.
E poi ci sono cavalli che restano dentro alle persone.
Figaro era uno di quelli.

Nel Palio di Siena? Ancora oggi fa quasi male pensare che ne ha vinto uno solo, perché chi lo ha visto davvero sa bene quanto avrebbe potuto dare a quella Piazza in vittorie.
Figaro era potenza pura.
Un cavallo da corsa vero, anche in ippodromo, capace di partire come una fucilata e poi divorarsi i tre giri di Piazza come se volasse sopra il tufo. Quando allungava sembrava che il terreno gli scappasse via sotto gli zoccoli.
Ma quella stessa potenza era anche il suo limite.
Non tutti erano capaci di tenerla in mano. Nelle curve di San Martino e del Casato non perdonava niente: o lo capivi, oppure lui diventava troppo per chiunque.
Per montare Figaro ci volevano mestiere, gambe e coraggio.
Coraggio vero, cos’ì dissi in una mia intervista, ed era verità!
Ha corso quindici Palii.
Ha vinto una sola volta, nell’Contrada dell’Aquila, con Maurizio Farnetani detto Bucefalo, uno dei pochi che ha saputo cosa fare per parlare la sua stessa lingua. Quattro volte il Palio lo ha visto arrivare secondo. Eppure, per un cavallo così, una sola vittoria sembra quasi un’ingiustizia.
Perché Figaro non era un cavallo normale.
Era bello come il sole.
Un bellissimo baio, pieno di fuoco e orgoglio.
E io me lo ricordo ancora.
Un Palio ero sopra la terrazza della Mossa. Cercavano di spostarlo dal canape, ma lui niente. Gonfiava il petto contro il canape e restava lì immobile, feroce e maestoso, come a dire:
“Questo posto è il mio. Io da qui non mi muovo.”
In quel momento mi vennero quasi le lacrime agli occhi.
Perché in quel gesto c’era tutto Figaro, la forza, il carattere, l’orgoglio, la sua anima.
Forse nel Palio la fortuna conta davvero.
E lui, probabilmente, non ne ha avuta abbastanza. Oppure non tutti hanno saputo capirlo fino in fondo. Un cavallo così non lo potevi montare a metà: dovevi sentirlo, assecondarlo, rispettarlo. Dovevi essere degno della sua forza.
Remo Carli questo lo sapeva bene.

Remo non era soltanto il suo proprietario.
Remo era la sua famiglia.
Spesso lo montava anche nel lavoro mattutino.
Qualche volta lo montava anche il genero, Duccio Mancini, quando Figaro aveva ormai lasciato le corse.
Perché certi cavalli non smettono mai davvero di appartenerti.
Figaro era uno di casa.
Uno da accarezzare, guardare negli occhi, amare.
Dietro quella forza enorme c’era una dolcezza infinita.
E lui quell’amore lo sentiva tutto.
Nel 2003 Figaro se ne andò.
Fu sepolto lì, con una piccola tomba semplice, silenziosa, come si fa con uno di famiglia.

Perché questo era stato; non solo un campione, ma un compagno di vita.
Poi, nel 2022, se n’è andato anche Remo.
E allora mi piace pensare che lassù, sopra qualche nuvola, Remo abbia sentito di nuovo quel rumore di zoccoli arrivargli incontro. Che Figaro lo abbia riconosciuto subito, come fanno i cavalli che hanno amato davvero.
Forse si saranno guardati un attimo soltanto.
E poi saranno ripartiti insieme.
Liberi. Finalmente senza curve, senza barriere, senza fine.
Buona galoppata, Figaro, buona galoppata Remo.
Camillo
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Figaro 1981 da:
Jago e Rucola
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