1-RACCONTI

LA STORIA DI LUCIANO TARLAO < IL POLACCO >

03 Novembre 2023       (scritto il 2- Dicembre-2013)

LE ULTIME NON BELLE SUL POLACCO 2018

 

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Probabilmente questa intervista conferma tutto quello che ho scritto di questa persona direi straordinaria. Tengo a precisare che questo filmato l’ho trovato dopo che ho pubblicato il racconto di lui scritto da me, dico questo per onestà intellettuale.

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 il Polacco è di spalle che tiene il cavallo 

Dopo la fine della scuola, in quel 1969, passavo moltissimo tempo a Sant’Andrea, una piccola frazione tra Siena e San Rocco a Pilli. Era un posto che sentivo mio, un rifugio dove le giornate avevano un ritmo diverso.
Proprio lì, si trovava l’allevamento di cavalli Purosangue di Dino Penni e del Dott. Luigi Vigni  che sarà poi Capitano vittorioso della contrada del Nicchio negli anni 90. Era un luogo magico per chi, come me, amava quegli animali e il fascino della campagna senese. Ricordo ancora l’atmosfera di quel periodo, il profumo del fieno e il rumore dei passi dei cavalli che segnavano il tempo di un’estate indimenticabile.


Girovagando tra i box dell’allevamento, lo sguardo si fermò su una cavalla in particolare. Era Ira, vederla lì, faceva tornare alla mente la polvere e il fragore di piazza: sarà lei, infatti, l’anno dopo, al suo secondo Palio a portare il giubbetto della Selva alla vittoria nel Palio d’Agosto del 1970. In quell’occasione montata da Antonio Giorgi, detto Baino, aveva scritto una pagina di storia che ancora risuonava tra quelle mura.

La cavalla, Ira, era dell’allora Signorina Giovanna Pascucci Pepi — per intenderci, i Panforti Pepi —

e di Musella di Giacomino della Speranza. Ecco, a dire il vero, ancora oggi se mi chiedeste il suo cognome non lo saprei; lo chiamavano tutti così perché era il proprietario del ristorante “La Speranza” in Piazza del Campo. Quando non guidava il camion, c’era Sergio Pallassini a seguirla.
In quegli anni, all’allevamento, capitava di incontrare anche il mitico Giorgio Terni, detto Vittorino. Gli era tornata la voglia di montare dopo quel brutto incidente al braccio; portava un tutore per sorreggerlo, un compagno che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. La mattina montava proprio Ira. Non era una cavalla semplice, anzi, era un tantino nevrotica. Per farla stare tranquilla nel box le avevano messo accanto una capretta che le faceva compagnia e la seguiva dappertutto. L’unica eccezione era l’allenamento o la corsa, ma appena finito, Ira la chiamava subito nitrendo e la risposta della capretta non tardava mai. Pensa che anche per il Palio, durante tutta la Passeggiata Storica, la cavalla fu seguita dalla sua amica: non hai idea della miriade di foto che gli avranno fatto!Io, ogni tanto, montavo Musella, una cavallina grigia veramente brava. Ci galoppavo a pelo in un recinto in pendenza, facendo lo slalom da un palo della luce all’altro. Dino Penni e Sergio Pallassini mi guardavano e facevano:
“Te sei strullo…” Per fortuna lo dicevano con un pizzico di ammirazione.Allora abitavo a Monteroni d’Arbia e il problema era come arrivare all’allevamento la mattina presto. Così mi facevo accompagnare la sera dopo cena e, zitto zitto, andavo a dormire nel fienile per farmi trovare già lì all’alba. Ai miei mentivo, dicevo che mi aspettavano.La mattina presto sentivo il Penni che andava dai cavalli; allora uscivo fuori dal fienile e lui, sorpreso: “Ma mi, o di dove sbuchi te?” “Ero lì nel fienile”, rispondevo io. Poi lo aiutavo a mettere al prato le fattrici e i puledri, a sistemare le lettiere e a governare. E finalmente, qualche volta, arrivava il momento di montare la mia Musella.

Dopo due o tre volte che mi trovava lì al mattino, Dino prese l’abitudine: la sera, prima di andare a letto, passava dal fienile per vedere se c’ero. Se mi trovava, mi diceva brusco ma buono: «Gnamo bischero, vieni a dormì in casa!»
Ma la persona che molti — o meglio, quasi tutti — giudicavano come “strana” era Luciano Tarlao, detto il Polacco. Ecco, per prima cosa desidero dirvi che era una persona intelligente, di una grande cultura e anche un grande cavaliere; anzi, più cavaliere che fantino. Probabilmente essere “il Polacco” gli piaceva, così come gli piaceva interpretare quel personaggio che vi racconterò, ma questo non sposta di una virgola il mio giudizio positivo su di lui, sia come uomo che come uomo di cavalli.
Tarlao arrivava a Sant’Andrea, da Dino Penni, tra la fine di aprile e i primi di maggio. Arrivava in auto, insieme al suo inseparabile cane Dobermann e a un libro che non mancava mai sul cruscotto, pronto per essere letto ogni volta che aveva cinque minuti di tempo. Con il camion, invece, arrivavano i suoi due cavalli: Dahoman e Ashida.
in foto Dahoman

<<di Ashida non ho foto>>

Ciao Pier, ho sistemato il tuo racconto cercando di mantenere quel tuo tono autentico, da testimone diretto, che sa di polvere, scuderia e passione per il Palio. Ho pulito la punteggiatura e reso più fluide alcune transizioni, lasciando intatte le tue espressioni e il modo in cui descrivi i cavalli e i personaggi.
Dahoman era un castrone baio, mentre Ashida una femmina saura bruciata. Quando ero lì, aiutavo il Polacco a sistemare i suoi cavalli: a volte montavo la bravissima Ashida a passo e trotto, mentre lui montava Dahoman, e andavamo per i campi circostanti l’allevamento e per le strade sterrate lì intorno. Non succedeva sempre, però; lui si doveva allenare e montare un cavallo solo sarebbe stato poco, quindi capitava che montasse anche Musella o Ira, se c’era bisogno.
Quando doveva galoppare i suoi due cavalli, andava alla pista di Pian delle Fornaci, poco lontano dall’allevamento di Penni. La mattina del galoppo, io montavo Ashida e lui Dahoman: andavamo a cavallo fino all’ippodromo. Facevamo passo e trotto in pista e, al momento di galoppare, io scendevo dalla cavalla e gliela davo. Dopo aver tirato giù le redini, il Polacco la prendeva restando in sella a Dahoman e li galoppava insieme in quel modo. Ecco il cavaliere che vi dicevo: galoppare con un cavallo sottomano, e a galoppo forte, non è cosa che tutti possono fare.
Era bello da vedere a cavallo, il Polacco: schiena eretta, fermo, con una posizione come se fosse seduto su una sella con i piedi dentro le staffe. Tanti, vedendolo, sorridevano, anzi ridevano; ma dubito che qualcuno di loro sarebbe stato in grado di fare quello che faceva lui. Tarlo amava dire: “Io li guido anche con il pensiero, i cavalli”.
Il famoso Giacomino della Speranza aveva anche un altro cavallo di nome Denver… aiuto! Io non l’ho mai montato e a quei tempi non sarei nemmeno stato in grado di farlo. Era un baio quasi oscuro, mi pare di ricordare; non è un cavallo che ho frequentato o visto molto, ma ne ho sentito parlare tanto per il suo carattere: non era proprio un cavallino semplice da gestire. Tirava così forte di bocca che non si teneva né si controllava. Lo aveva Canapino a scuderia e, se non ci si è fracassato lui, è solo perché Canapino montava di tutto, ma poco ci è mancato. Una volta, quando ormai ero diventato stanziale da lui, raccontavano di quando arrivarono giù da una discesa, lì alla scuderia, a ruzzoloni lui e il cavallo: rischiarono di cadere dentro il “fontone” che c’era in fondo a quella piaggia di creta, una sorta di raccolta per l’acqua.
Il Polacco era chiacchierato… apprezzato per le sue qualità equestri, certo, ma a Siena i senesi sono “burloni” e i nuovi arrivati li vogliono “pesare”. I primi a farlo, allora come oggi, erano proprio i fantini. Decisero quindi di far montare Denver al Polacco; il motivo preciso non lo so, ma probabilmente era proprio per metterlo alla prova. Non l’ho vissuto in prima persona, mi è stato raccontato.
Chi fosse presente con il Polacco non lo ricordo bene, mi pare ce lo portarono dei dirigenti del Bruco. So che c’erano diverse persone che frequentavano la scuderia, soprattutto Mauro Bernardoni e Adù Muzzi: furono loro i fautori di questa cosa, per testare le capacità del Polacco insieme a quelli del Bruco. Naturalmente Canapino acconsentì, trattandosi di Denver.
Vi dico un’altra cosa che si diceva e che Canapino stesso raccontava di quando galoppava Denver nella “pistarella” a scuderia. Quella pista dava l’idea di Piazza del Campo: aveva un poggetto con la relativa discesa. In fondo alla discesa, che non era lunga come non lo era la salita, c’era un’accenno di curva; dopo una cortissima dirittura si entrava in una curva quasi ad angolo retto, che immetteva in un altro piccolo dritto terminante con una leggera curva, da cui poi iniziava la salitina. Saranno stati circa trecento metri al giro.
Canapino, mentre galoppava Denver e arrivava a “spoggettare”, gli dava un colpo forte sulla testa, tra le orecchie, per confonderlo. Altrimenti il cavallo prendeva il via e non lo tenevi più: alla curva in fondo, quella ad angolo, erano dolori. Con la velocità a cui arrivava e il suo modo di girare, il cavallo girava… ma tu no!
Mentre Canapino

Si parlava con il Polacco poco prima che montasse Denver. Lui, tutto convinto, sosteneva che i cavalli vadano guidati anche con il pensiero; probabilmente intendeva quello che oggi va tanto di moda con la “doma dolce”. Si vede che in questo lui era già avanti… e così avrebbe fatto con Denver.
Canapino, dopo averlo ascoltato, lo guardò e fece: — “Sì, sì… ma dai retta a me: questo guidalo con le mani che forse è meglio!”
Vi lascio solo immaginare Bernardoni, Adù e gli altri che erano lì cosa possono aver detto e fatto dopo questo scambio di battute.
Le cronache continuano raccontando che il Polacco montò Denver e scese giù nella pistarella, mentre Canapino e il resto della brigata rimasero su nel piazzale di scuderia a godersi lo spettacolo. Tarlao fece un giro al passo, poi cominciò a trottare e, dopo qualche giro, in fondo alla discesa, mise il cavallo al galoppo ad andatura lenta.
Arrivato a spoggettare, Canapino sentenziò: — “Ci siamo!”
Detto fatto. A quel punto Denver scappa via a “duemila”, arriva alla curva in fondo e la gira a “tremila”. Solo che il cavallo gira, ma a quella velocità e con quella traiettoria era impossibile rimanerci sopra: il povero Tarlao fu costretto a battere una bella gropponata contro gli steccati di recinzione della pista.
Gli “spettatori”, visto che per fortuna il Polacco si rialzò subito senza essersi fatto nulla, si misero a ridere come degli scemi. E Canapino, ridendo anche lui come un bischero, rincarò la dose: — “Glielo avevo detto io di guidarlo con le mani e non con il pensiero!”
Recuperato il cavallo e riportato nel piazzale, anche il Polacco tornò su. Canapino, ancora sghignazzando, gli chiese: — “Allora, lo metto sotto?”
Intendeva se doveva legarlo alle poste per liberare il box e rifare la lettiera. Ma Tarlao, incassato il colpo e la polvere, rispose secco: — “No! Lo voglio rimontare.”


La scuderia di Canapino è lì, con la “pistarella” che gira intorno a quel piccolo capanno che si vede in basso.
Gli altri “farabutti” già ricominciavano a ridere coprendosi la bocca; i Brucaioli, invece, apprezzarono il coraggio. Adù commentava positivamente con quel suo vocione — io non c’ero, ma conoscendolo me lo immagino bene. Raccontano che Canapino sorrideva mentre ritirava le redini sul collo del cavallo, raccomandandogli ancora una volta di guidarlo con le mani e non con il pensiero perché, sai, gli dice: «È un pochino scemo e un capisce sennò…»
Ecco, scemo. Era una parola comune per Canapino, e poi aggiungeva quasi sempre: «I matti si curano, gli scemi no!», specialmente quando qualcuno gli rompeva le scatole.
Il Polacco rimontò Denver, riscese in pista e andò a passo fino alla fine della discesa. Poi ripartì a galoppo leggero, proprio come aveva fatto prima. E come prima, arrivò a spoggettare. Canapino, rivolto agli altri che erano su a guardare con lui, sussurrò: «Ci risiamo…».
Infatti Denver, come la prima volta, riprese il via a tutta birra. Alla solita curva il cavallo girò, ma il Polacco questa volta passò addirittura tra gli steccati e finì dritto nella fossetta a fianco della strada asfaltata che portava, e porta tuttora, verso Asciano.
Raccontavano che lì per lì s’impaurirono tutti, perché il volo fu “bello” davvero. Ma vedendolo sbucare fuori dalla fossetta, scavalcare di nuovo gli steccati e tornare verso la scuderia, gli urlarono dietro — mentre un ragazzo andava a riprendere Denver: «Tutto bene?». Ricevuta risposta positiva, la risata generale non mancò. Che “farabutti”!
Tarlao, tornato su e inevitabilmente un poco ammaccato, affermò convinto: «Ma che brutta bestia!».
Le risate di tutti, mascherate ma non troppo, furono inevitabili, così come la sentenza di Canapino: «Eh! Te l’avevo detto di guidallo con le mani, questo!».
Allora succedevano anche queste cose. Il Palio era gioco, era burla, ma serviva anche per saggiare le persone. In effetti furono un pochino “carognette”: Denver era davvero una bestiaccia, ancor di più se non lo si conosceva bene. Ma non vi fate ingannare: Tarlao era uno che a cavallo ci sapeva montare per davvero, tutto era meno che scemo e il coraggio non gli faceva certo difetto.
La grande occasione per correre il Palio arrivò per lui nell’agosto del 1969, quando il Bruco lo chiamò per sostituire il grande Ciancone su Macchina II. Ma la sorte fu beffarda: lo smontarono all’ultimo momento a favore di Efisio Bulla, detto “Lenticchia”.

<< questo lo aggiungo io: perché probabilmente gli interessi di Palio non lo prevedevano, lui sarebbe stato una mina vagante >> costretto ad arrampicarsi su una terrazza per sfuggire alle ire dei Brucaioli.

<< come volevasi dimostrare >>
L’anno seguente il Polacco vinse due prove nella Civetta — e ricordiamoci che nella Civetta c’era il suo cavallo, Dahoman — ma alla fine gli fu preferito l’esperto Lazzaro. La stessa sorte gli toccò nella Selva, nel luglio del 1972: nonostante montasse Pitagora, i dirigenti scelsero Arturo Dejana, detto Peldicarota. Abbandonata ogni velleità di correre il Palio, la presenza del Polacco alla Tratta divenne una costante fissa. Fino al 1987 corse ben quarantatré batterie: un vero record.
Putnik

Il ricordo più forte del Polacco rimarrà però sempre legato al cavallo che amava e con cui ha fatto una miriade di Tratte: Putnik. Non so nemmeno io quanti giri facesse quel baio ogni volta durante le prove di notte; a un certo punto però si stufava e puntava dritto a San Martino. Ne seguiva l’inevitabile boato della gente che, negli ultimi anni, cominciava a essere davvero tanta, troppa. La conseguenza è stata quella che vediamo oggi, con le prove “notturne” regolamentate.
Al Polacco piaceva proprio tanto girare in Piazza, gli dava gioia, si vedeva; lui non si sarebbe mai fermato, ma al povero Putnik i muscoli si indolenzivano e allora… arrivava il momento della ribellione. La mattina della Tratta, per questo cavallo, c’era molto spesso un “quarto giro” fuori programma: se non era riuscito a farlo durante i tre giri canonici, il Polacco metteva le redini in bocca, alzava le braccia al cielo e percorreva la curva di San Martino in quel modo. Lascio immaginare, a chi non ha vissuto quella scena, quale acclamazione salisse dai palchi e dall’interno della Piazza.
Luciano Tarlao, il Polacco, la notte cadeva spesso a San Martino. Come ho detto, quando Putnik non ne poteva più andava a dritto, e diverse volte Tarlao doveva rialzarsi e togliersi il tufo dalla maglietta. Putnik fu poi anche preso per correre il Palio nell’agosto del 1980, assegnato al Nicchio.
Il Polacco scelse di vivere il Palio così, dopo aver perso la speranza di correrlo da fantino. Rimane il fatto che fosse un bravissimo cavaliere e che, nonostante il suo “giocare” in Piazza, fosse una persona intelligente, colta, che amava profondamente la Festa e i cavalli. Sinceramente non ho sue notizie da moltissimi anni e non so se sia ancora tra noi, ma lo spero di cuore. Sapevo che diversi anni fa viveva in un podere nell’Aretino (nella tenuta del Calcione) con i suoi amati animali. Se fosse ancora vivo avrebbe molti anni, credo fosse persino più vecchio del mitico Lazzaro. Se ci legge, gli mando il mio più affettuoso saluto.
Luciano Tarlao rimarrà sicuramente nella storia dei ricordi del Palio. Pur non avendolo mai corso, la sua leggenda resterà viva non per questo mio scritto, ma nei racconti della gente che lo ha visto e nelle storie che i più giovani avranno sentito nominare nelle Contrade dai più anziani. E loro dovranno raccontarlo ai giovani del futuro: il Palio è sempre andato avanti grazie alle sue storie e, se questo finisse, sarebbe la fine del Palio stesso.
Personalmente ho voluto aggiungere un pezzo del mio vissuto con lui, cose che gli ho visto fare in Piazza e fuori. Vi ho riportato il racconto che mi fece Canapino e gli altri della sua scuderia di quando montò Denver: non fu proprio una cosa semplice uscirne senza farsi male!

Pier


P.S. 

A META’ DICEMBRE 20114

MI E’ ARRIVATO UN MESSAGGIO CHE MI HA RALLEGRATO E CHE VOGLIO CONDIVIDERE CON VOI PERCHE’ DA NOTIZIA CHE IL POLACCO E’ VIVO E VEGETO NONOSTANTE ABBIA PIU’ DI 80 ANNI ECCO IL MESSAGGIO E PUBBLICAMENTE RINGRAZIO MANUL CHE ME LO HA INVIATO.
ECCO IL SUO MESSAGGIO:
Luciano Tarlao – Il Polacco – ha vissuto per molti anni a Castiglio Fiorentino.
L’ho conosciuto molto bene, e nonostante le varie vicissitudini che ha vissuto in quanto persona caparbia e dal carattere non facile, ha mantenuto la sua esistenza di persona libera e amante dei cavalli e degli animali in genere.
4 o 5 anni fa (quando aveva circa 75 anni) ha coronato il suo sogno di tornare a Trieste (dove era nato).
Le ultime notizie che ho di lui lo danno intento ad accudire e sfamare tutti i gatti e cani randagi della città e a raccontare le sue incredibili storie di cavalli, donne, comparsate in TV (ma soprattutto CAVALLI) a quelli che incontra in giro per i bar – l’unico suo vizio è il cappuccino – e che sono abbastanza intelligenti da starlo a sentire.
Ha scritto un paio di libri sulla sua vita che però non è mai riuscito a far pubblicare. Peccato.Una persona unica e preziosa.
Grazie mille per questo bel racconto!
-Manuel 

—————————————–
Grazie

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Pier

Pier la pensa così: "per farsi dei nemici non è necessario dichiarare Guerra, basta dire quel che si pensa" (Martin Luther King)
per mail: giornalebrontolonews@gmail.com

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