03 Ottobre 2023 (pubblicato il 07 Novembre 2018)
Ton Jon e le Notti Brave di Lanciano: Storia di Ippica e Macelli Equini
L’episodio di Abbadia di Montepulciano
Prima di arrivare a Lanciano, c’è da raccontare un episodio della primavera del 1972. Abbadia di Montepulciano ospitava una delle prime corse di provincia della stagione, che iniziava a Pasqua ad Acquaviva – paese di Canapino, dove aveva vissuto e dove riposa – e si chiudeva a ottobre all’Impruneta.
Di Mario, per preparare Ton Jon e gli altri, era ad Abbadia già da un mese. Al Gran Premio finale c’erano sette o otto cavalli. C’erano Aceto con Avviso, Canapino con Fuggitiv, il sottoscritto su Sandolin, e ovviamente Giuggia su Ton Jon.
Al momento della partenza, Canapino ed io ci accordammo in un attimo: io all’interno, lui all’esterno. Prendemmo per le redini Ton Jon, stringendolo tra noi e tenendolo dietro. Le urla e le imprecazioni del povero Costantino Giuggia si sprecavano. Davanti, Aceto era in testa. La gente, attaccata alla rete, urlava a squarciagola: faceva il tifo per Ton Jon, che vedevano lavorare tutte le mattine.
Quattro o cinque giri era il percorso. Poco prima dell’inizio dell’ultimo, Canapino mi fece un cenno: «Lasciamolo…»
Lasciarlo andare fu come veder partire un missile. In poco più di un giro, con mezzo giro di svantaggio, Ton Jon raggiunse Aceto, che non riuscì nemmeno a pararlo per quanto andava forte. Ton Jon e Giuggia vinsero il Gran Premio.
“Meno male!” pensammo, perché la vittoria ci salvò dalle botte dei paesani. Se Ton Jon non avesse vinto, temevamo ci “scollassero” (picchiassero). Avreste dovuto vedere la scena, con la gente alla rete che aveva la bava alla bocca per la rabbia. Che cavallo era! E che bravo il Giuggia, sfortunato nella vita, morto giovanissimo dopo un’operazione all’ulcera. Ciao Costantino.
Il “Divorzio” di Lanciano
Torniamo a Lanciano. Canapino era lì con Marino Lupi, detto Veleno

– suo maestro e in parte anche mio – e altri, tra cui Bruno Blanco. I tre dormivano nella stessa stanza d’albergo.
Tutte le notti, dalla stanza sopra, dove alloggiava una Dottoressa, sentivano aprire la porta e, poco dopo, il cigolio e il dondolio del letto.
«Moccoli, maremma qui, maremma là, ma guarda se questa mi po’ scopà tutte le notti sulla testa!» imprecava Canapino.
Marino Lupi era il più invelenito: nevrotico com’era, dormiva pochissimo, e quel dondolio lo teneva sveglio. Blanco, invece, dormiva come un sasso, incurante dei rimbrotti.
La domenica mattina, dopo aver sistemato i cavalli, i tre erano seduti sulla veranda dell’albergo, in attesa del pranzo. Arrivò un macchinone targato Roma. Ne scese un uomo che si diresse verso la veranda. La Dottoressa uscì per andargli incontro, abbracciandolo e baciandolo calorosamente.
Canapino cominciò a sorridere.
«Ma cazzo c’hai da ride?» gli chiese Lupi.
«Marì, se è come penso io stasera si fa du’ risate» rispose Canapino. Marino, che era un “aggeggio” (un tipo strano) quanto Canapino, capì immediatamente la situazione e cominciò a sghignazzare anche lui.
Quella sera, dopo le corse e la cena, tutti a letto. Quella notte i tre erano svegli, persino Blanco, che non aveva ancora capito e continuava a chiedere: «Leonardo, ma che aspetti, la spegni la luce? So’ stanco, voglio dormi’!»
«Sta zitto, Blanco!» era la risposta unanime.
A una certa ora, ecco quello che aspettavano: il cigolio del letto e il dondolio. Canapino si infilò i pantaloni e le scarpe – lui dormiva sempre a petto nudo, estate o inverno – e salì di sopra. Marino e Blanco lo seguirono fino alla porta della loro stanza.
Arrivato alla porta della Dottoressa, Canapino tirò due bestemmie e urlò: «Ma la smetti di scopà, che è una settimana che mi trombi nel capo con il dondolio di codesto letto!»
Scese con un sorriso stampato in faccia, incrociando le risate di Marino e Blanchino.
Subito dopo, dalla stanza di sopra si sentirono urla e offese, poi lo sbattere di una porta e il rumore di una macchina che sfrecciava via.
Non furono gli unici testimoni. Anche gli altri ospiti – dal Giuggia al Foglia, al Pieraccini – furono svegliati prima dalle urla di Canapino, e poi da quelle del povero “cervo.” Naturalmente, tutti ridevano nel vedere la scena.
«Ecco, così impari a scopammi sul capo!» sghignazzavano i tre “farabutti.”
Ascoltando quel racconto, sembrava di essere lì. E conoscendo i soggetti, non c’era da dubitare.
Che dite, il divorzio ci fu?
Che “farabutti”, ma allora era così: un altro mondo, anche per queste cose.
Camillo
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