28 gennaio 2026
Frankie Dettori, cadute e risate di un uomo diventato leggenda
Lanfranco Dettori non è soltanto un fantino, è una storia che galoppa da più di quarant’anni tra gloria e fragilità, tra risate e paure, tra trionfi leggendari e cadute umanissime. A 55 anni sta vivendo il suo ultimo giro del mondo in sella, l’ultimo tour prima di appendere la frusta al chiodo, e mentre gli ippodromi lo salutano come una leggenda lui continua a presentarsi con lo stesso sorriso largo di sempre, quello di un ragazzo che non ha mai smesso di stupirsi della propria vita. Ma dietro quel sorriso c’è molto di più: c’è un uomo che ha dovuto combattere con sé stesso quasi quanto con gli avversari.
Figlio di Gianfranco Dettori, monumento dell’ippica italiana, Lanfranco è cresciuto con un cognome pesante come un macigno. In casa non c’erano carezze facili, c’era disciplina. Il padre lo voleva forte, lo voleva pronto, lo voleva migliore. Così da adolescente lo spedì in Inghilterra, da solo, senza lingua, senza amici, con la nostalgia che mordeva lo stomaco. Frankie ha raccontato più volte che era un ragazzino timido, fragile, quasi insicuro, non il leone che tutti avrebbero visto anni dopo. Si sentiva piccolo in un mondo enorme, e quella paura di non essere abbastanza se l’è portata dentro per molto tempo.
A salvarlo fu il lavoro, e l’incontro con Luca Cumani, l’allenatore che lo accolse in scuderia come un figlio, duro ma protettivo, una figura paterna diversa, capace di insegnargli il mestiere e la vita. Con lui imparò che il talento non basta, che bisogna cadere mille volte e rialzarsi mille e una. Frankie cominciò a trasformare l’insicurezza in fame, la rabbia in determinazione, e piano piano quel ragazzo spaesato diventò il fantino più richiesto d’Europa.
Poi arrivarono le vittorie, quelle che non si contano più. Royal Ascot, le classiche inglesi, la Dubai World Cup, l’Arc de Triomphe, le grandi corse in ogni angolo del pianeta. E soprattutto quel giorno diventato leggenda, quando vinse tutte e sette le corse in programma ad Ascot, sette su sette, un’impresa che ancora oggi sembra irreale. Non era solo bravura, era istinto puro, genio in corsa, la capacità di sentire il cavallo come se fosse un prolungamento del proprio corpo. In pista diventava un artista, un equilibrista, uno stratega.
Eppure Dettori non è mai stato soltanto tecnica e risultati. È sempre stato allegria, spettacolo, carisma. Il suo salto dalla sella dopo ogni vittoria è diventato un marchio di fabbrica, così come la sua risata contagiosa. Con la compianta Regina Elisabetta II, grande appassionata di cavalli, condivideva battute, brindisi, momenti leggeri che raccontavano un rapporto vero, quasi affettuoso. Frankie sapeva far sorridere tutti, dai reali agli stallieri. Sembrava uno che non avesse mai ombre.
Ma le ombre c’erano eccome. Prima di ogni gara, ha confessato, l’ansia lo divorava. Diventava nervoso, irritabile, a volte intrattabile. I figli lo sanno: papà il giorno prima di una corsa importante è teso, silenzioso, chiuso nei suoi pensieri. Perché dietro il campione c’è sempre stato un uomo che aveva paura di perdere, di deludere, di non essere più all’altezza. La corsa per lui è sempre stata amore e dolore insieme, una dipendenza emotiva da cui non riusciva a staccarsi.
Nella sua vita non sono mancati gli errori. La sospensione per un test antidroga positivo, anni fa, lo fece crollare. Per la prima volta si sentì davvero solo, giudicato, quasi cancellato. Parlò di vergogna, di imbarazzo, di depressione. Non parole da supereroe, ma da uomo ferito. E proprio quella fragilità lo rese ancora più umano agli occhi della gente.
Anche fuori dalla pista la vita gli ha presentato il conto. Nonostante milioni guadagnati e una carriera stellare, problemi con il fisco inglese e scelte finanziarie sbagliate lo hanno portato a dichiarare bancarotta. Un colpo durissimo per uno abituato a vincere tutto. Ammetterlo pubblicamente gli è costato orgoglio, ma lo ha fatto con onestà, senza nascondersi. Come a dire: sono un campione, sì, ma resto un uomo che può sbagliare.
E allora capisci che la sua forza più grande non sono solo le vittorie, ma la capacità di rialzarsi. Ogni volta. Sempre. Con quella faccia da eterno ragazzo e il cuore pieno di famiglia. Perché se c’è una cosa che Dettori ripete da anni è che prima di tutto vengono la moglie Catherine e i suoi cinque figli. Sono loro il suo porto sicuro, la ragione per cui continua a lottare, la medaglia più importante. Nei tatuaggi sulla pelle, nei racconti privati, nelle telefonate dopo ogni corsa, c’è tutto il suo amore di padre. Forse anche il desiderio di essere per loro quel padre che lui, da piccolo, avrebbe voluto più vicino.
Adesso che il traguardo finale si avvicina, Frankie non corre più solo per vincere. Corre per salutare, per ringraziare, per godersi ogni ultimo applauso. Ogni volta che entra in pista sembra voler imprimere tutto nella memoria: l’odore dell’erba, il rumore degli zoccoli, il boato della folla. Sa che presto finirà. E forse è proprio questo che fa più paura. Perché per uno come lui, che ha passato la vita a cento all’ora, fermarsi è la sfida più grande.
Lanfranco Dettori resta così: genio e fragilità, sorriso e malinconia, leggenda e uomo normale. Uno che ha fatto sognare il mondo ma che dentro ha sempre avuto le stesse paure di tutti noi. E forse è per questo che gli vogliamo bene: perché mentre volava in sella a un cavallo, in fondo stava solo cercando di correre più forte delle sue paure.
Grande Lanfranco, che la vita ti sorrida, per quello che deciderai di fare nel futuro: sarà sicuramente una strada vincente, proprio come lo sei tu.
Il mio primo ricordo di te risale a quando, ancora ragazzino, a Milano, partecipasti all’asta della scuderia Aurora del figlio scomparso dell’avvocato Carlo D’Alessio (Scuderia CFD). Mi dicesti: Camillo, voglio proprio vedere a quanto arriverà…» riferendoti alla cavalla migliore di quella scuderia (di cui purtroppo mi sfugge il nome), con il tuo solito sorriso, in quel caso di un ragazzetto che si affacciava alla vita senza ancora sapere quanto grande sarebbe diventato.
Con grande stima, in bocca al lupo per tutto, Lanfranco!
Pier Camillo
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