03 Novembre 2023 (scritto il 30 Settembre 2015)
LA STORIA DI TERENCE PURO SANGUE INGLESE CHE DIVENTA MARCO POLO MEZZOSANGUE
a cura di Camillo
ADU’ MUZZI
E LA SUA PAURA DEI CAVALLI.
LA MITICA SCUDERIA 2BM
LETIZIA BARNESCHI
CESARE MANGANELLI
(grazie all’amico Umberto Sampieri che mi ha mandato subito la foto )
7 Palii vinti su 17 corsi.
Ma questa volta vi voglio raccontare come nasce Marco Polo nelle mani di Adù Muzzi, che vinse la paura dei cavalli per la “libidine” del Palio di Siena!
Marco Polo è anche il cavallo che dà inizio alla mia carriera di fantino del Palio. I fatti sono tanti, il racconto è dunque lungo e, per non annoiarvi, lo racconterò in più puntate.
PRIMA PARTE DEL IL MIO RICORDO….. :
Era la metà di giugno del 1973, alla scuderia di Canapino. Facendo un passo indietro — anche due, via — arriviamo alle corse di Pisa, all’Ippodromo di San Rossore, nell’autunno del 1972. Canapino, Mauro Bernardoni, Adù Muzzi e Cesare Manganelli comprarono a una corsa a vendere un purosangue di nome Terence, un bel Purosangue Inglese dal mantello sauro. Non ricordo chi fossero l’allenatore e il proprietario, la cosa è poco rilevante; rilevante, invece, era che il proprietario si arrabbiò un “pochino parecchio” quando gli portarono via il cavallo, come raccontavano i citati alla scuderia quando Terence arrivò.
Terence fu comprato “con la busta” perché non vinse e, sinceramente, non so nemmeno come arrivò al traguardo in quell’occasione. So però che era un cavallo da corsa vero: vinceva dai 1000 ai 1600 metri negli ippodromi tra Livorno e, appunto, Pisa. Anche con noi galoppava forte, vinceva le corse a Pian delle Fornaci e ovunque andasse in provincia.
Il Palio allora era molto diverso. I cavalli non avevano bisogno di certificati di nascita o passaporti; la previsita non era nemmeno immaginata. Al cavallo portato all’Entrone il 29 giugno o il 13 agosto bastava un nome e che fosse “dichiarato” mezzosangue. La visita consisteva in una corsetta su e giù dentro l’Entrone; poi il Dottor Guiducci metteva un telo bianco sul cavallo, appoggiava l’orecchio sul cuore e sui polmoni, diceva “bene” quasi sempre e quella era la visita veterinaria prima della Tratta. Fatto ciò, si andava al tavolo accanto alla prima colonna a destra entrando nell’Entrone, dove sedevano il Dottor Guiducci e gli incaricati del Comune. Lì si trattava la cifra dell’assicurazione: di solito andava dai due milioni ai due milioni e mezzo di lire per chi aveva già corso il Palio, e un milione o un milione e mezzo per gli altri. Se il cavallo aveva già vinto, si poteva arrivare anche a tre milioni. Naturalmente, si parla di lire. Era veramente un altro mondo!
Fatta questa premessa, diciamo che allora esisteva la cosiddetta “libidine del Palio”. Quella sensazione era molto più forte di oggi, perché il Palio veniva vissuto in un altro modo e Siena apparteneva davvero ai senesi.
Tornando a quella metà di giugno del 1973, venne l’idea di portare Terence in Piazza. “Eh sì,” dicevano i componenti della Scuderia 2BM e Canapino, “ma è un Puro, e poi lo riconoscono subito, lui, dai!”. “Dio bono,” fece Adù, “e si pittura!”. Seguì una risata generale, che però finì subito perché la libidine… beh, era libidine! Il Palio era ed è cosa seria, ma allora era anche gioco, pur rispettando sempre la tradizione e le Contrade.
Il Bernardoni esclamò: “Maremma… già Adù, ma la tu’ moglie fa la parrucchiera, qualcosa avrà per tingerlo… no?”. Saltò fuori Letizia Barneschi: “Chissà se l’acqua ossigenata che adoperiamo noi donne per le tinte lo fa schiarire?”. E il Manganelli: “Magari funziona davvero…”. E giù risate, ma l’idea prendeva sempre più corpo, insieme al desiderio di realizzarla. Intendiamoci: portare quel cavallo non significava raggirare le Contrade o il Comune, perché era un cavallo sano, andava forte e soprattutto era preparatissimo per le corse di provincia, Palio compreso. L’unico “difetto” era che fosse un Purosangue…
Io stavo lì, “boncitto”, ad ascoltarli. Canapino si girò e mi disse: “Sì, sì, guarda, guarda te…”. Si rivolgeva a me che a febbraio avevo compiuto i tanto attesi 18 anni e avevo già in tasca l’autorizzazione dei miei genitori per montare in Piazza del Campo (allora ci voleva il permesso a 18 anni, perché la maggiore età scattava a 21). “Tanto se ci si fa a portarlo, lo devi montare te, che ti credi? Sennò ci scoprono subito, e poi io non voglio mica morire per la Notte e la Tratta con quanto tira lui…”. Tutti gli altri mi guardarono e sorrisero: “Vai, vai Camillo, tanto te lo conosci meglio di lui il cavallo”.
“Sì,” aggiunse il Bernardoni, “ma a nome di chi si segna per la Tratta? A uno di noi non si può, sennò non si è fatto nulla e lo riconoscono subito”. Allora Ivano Poppi, che faceva parte della scuderia, propose: “Al Sardo! A Salvatore Saggia”. Salvatore era un pastore nostro amico che abitava in un podere tra le crete, di fronte alla scuderia di Canapino, anche se dal nostro lato non si vedeva.
“Stasera lo domando alla mi’ moglie,” disse Adù con quel suo vocione baritonale. Negli occhi di tutti c’era un’aria di soddisfazione, da furbetti, per l’idea avuta. Mi ripeto: alla base c’era la libidine, perché il Palio era anche gioco e non esasperato come oggi. Dentro di me, invece, c’era la gioia pura. Sapevo già che avrei montato Panezio la notte e per la Tratta; se l’idea di portare Terence fosse andata a buon fine, ne avrei montati due!Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, Adù Muzzi arrivò in scuderia con un sacchettino di plastica in mano: “Dai Camillo, dai, tira fuori il cavallo!”.
«…che s’ossigena un pochino», lo dice sorridendo e sempre con quegli occhi carichi di un’espressione intrigante, come se pregustasse già la cosa. Adù, pur con tutta la sua passione per i cavalli e il Palio, si limitava a dare le caramelle di menta ai cavalli perché aveva veramente paura di loro. Paura che gli passò completamente quando, con quei manoni e senza guanti, le drusciava addosso a Terence.

“…dopo che gli aveva buttato addosso non so quanta acqua ossigenata da parrucchiere. Dopo un po’ che drusciava — tra una ‘maremma qui’ e una ‘maremma là’ — diceva: «Un gli fa niente, un e schiarisce!». Io mi trattenevo dal sorridere, mentre Canapino se ne stava nel terrazzino, sulla sdraio, davanti alla porta della casina di scuderia.”
Rideva come un matto a vedere Adù imprecare e trafficare addosso al cavallo, sapendo bene quanta paura avesse lui di quegli animali. Era una scena che andava vista per poterla gustare appieno: una cosa che ho potuto vedere solo io e che non scorderò mai più per tutta la vita.
Fallito il tentativo con l’acqua ossigenata, Adù andò via parecchio amareggiato, ma non battuto!
«Torno domani, Camillo! Me la faccio dare più forte dalla mia moglie e vedrai che lo schiarisco io, maremma maiala!»
Ormai il desiderio di portarlo in Piazza aveva preso il sopravvento. Se vi è capitato di sentire le interviste che hanno fatto ad Adù in TV e che, via via, ripropongono, forse riuscite a comprendere il tipo di persona e l’atmosfera di quei momenti: Adù era, ed è, troppo forte. Ormai era lui l’artefice di tutto e io il suo aiutante.
Il giorno dopo, rieccolo con la bustina di plastica in mano: «Dai Camillo, proviamo con questa!». Eravamo solo io e lui quel giorno. Tiro fuori Terence e lo metto nello stesso punto del giorno prima, accanto alla vasca.
…dell’acqua appena fuori dalla porta della scuderia, dove pulivamo i cavalli prima di rimetterli dentro i box.
Dopo averlo tirato fuori, rigirai Terence con la testa verso la porta d’ingresso della scuderia. Adù prende la boccetta dell’acqua ossigenata alla gradazione massima e la svuota tutta addosso al cavallo; poi si rimette a “drusciare” con i suoi manoni, su e giù e a rotazione. Il suo sguardo andava visto: era tutto un programma, un misto di libidine, gioia, incertezza e fiducia allo stesso tempo. Ancora oggi mi domando: come faceva, con la paura che aveva dei cavalli? Mah!
Tra un “maremma maiala” e l’altro, il cavallo non si schiariva; un pochino di sconforto apparve negli occhi di Adù. «Ma che pelo hai, maremma maiala!» inveiva verso il cavallo. «Camillo, un c’è niente da fa, un e schiarisce». Io ero lì con il cavallo a mano, però questa volta non sorridevo: pensavo che avrei montato solo Panezio per la Tratta.
«Ovvia Camillo, rimettilo dentro», mi dice, «domani provo con le mèches; me l’aveva detto la mi’ moglie che un gli avrebbe fatto niente l’acqua ossigenata e che dovevo provà con le mèches. Domani torno e, se un e schiarisce, se lo va a piglià nel…». E andò via amareggiato, o almeno così sembrava.
Fine della prima parte
SECONDA PARTE DELLA STORIA DI MARCO POLO…
L’indomani riecco Adù con il solito sacchettino di plastica in mano.
«Camillo, prendimi un secchio per piacere». «Adù, ti aiuto?» domanda Canapino, seduto anche quel giorno sulla solita sdraio nel terrazzino di fronte alla casina della scuderia. «Boh?» fa Adù. «Ora no, via; poi ti chiamo se ho bisogno».
Mischia della roba nel secchio; intanto io avevo riportato fuori il cavallo e lo avevo messo nel solito posto e nella solita posizione. «Ovvia, cavallino, ora ti fò le mèsches! Vediamo se ti sistemo, ‘sta volta».
Prende una spugna, la inzuppa e la druscia qua e là sul cavallo; dopo un po’ va dall’altra parte di Terence. Mentre fa la stessa cosa, di qua il pelo si asciugava e cambiava colore, schiarendo a chiazze. «Adù», gli dico, «funziona!».
Ed ecco che i suoi occhi brillarono, carichi di soddisfazione per essere riuscito nell’intento. Ricominciò con i “maremma qui” e “maremma là”; sorrideva e bagnava il cavallo con la spugna. Ad un tratto Terence dette due scodate e prese Adù in faccia con la seconda. Non vi dico i “maremma maiala” che disse, ma soprattutto come si conciò il cavallo e Canapino che, dal ridere, cascò dalla sdraio.
Terence sembrava il cavallo degli indiani con in più qualche striatura per via delle codate; le mèsches avevano funzionato! Adù era al settimo cielo mentre si lavava la faccia bagnata dopo la codata: c’era riuscito, l’aveva “tinto”!
Questo scritto indica dei punti precisi del filmato della BBC del 1973, dove vedrete Marco Polo proprio come ve l’ho descritto, ma dal “vero”. Noterete un mantello che sembra biondo con tante chiazze di colore diverso: lui era semplicemente un sauro, con la criniera e la coda tendenti al rosso come tutti i sauri; invece Adù Muzzi lo schiarì, come scritto sopra, aggiungendo qualche “strisciata” a causa delle scodate di cui vi ho già raccontato. Gli fece diventare bionde anche la criniera e la coda. Il commento del filmato è in inglese ed è incentrato su Canapino e la Contrada del Bruco.
Da 11:10 a 12:31: Subito dopo l’inizio, si vede Canapino nel giugno 1973 mentre mostra Pitagora e Panezio alla sua scuderia.
Da 19:13 a 19:17: Vedrete il Sindaco di allora, Roberto Barzanti.
Da 19:40 a 19:42: Potete vedere Ferdinando Leoni, detto Ganascia, con la cavalla Rosetta a mano.
Da 19:59 a 22:06: Vedrete Manzi che si segna al tavolo della segnatura fuori dall’Entrone. Seduto al tavolo, con la giacca celeste, mentre segna cavalli e fantini, c’è il mitico Fabio Bianciardi, detto “il Belva” del Valdimontone; era lui che, quando il Montone vinceva il Palio, imitava il Mangino storico del Nicchio, il “Donde”.
Nel medesimo intervallo: Si vede Canapino che si segna e poi ci sono io, “Spillo” diciottenne, con Panezio a mano. Segue Pitagora (grigio) portato da Marino Lupi, detto Veleno, che vinse il Palio con Gaudenzia nella Giraffa nell’agosto del 1954. Marino Lupi fu il maestro di Canapino e anche il mio, ai miei esordi. Di lui vi parlerò più avanti in un altro racconto, perché merita un capitolo a parte. La scuderia di Canapino, in quell’anno, la mandavamo avanti io e lui (oltre a Canapino stesso, naturalmente).
Da 20:54 a 20:56: Dentro l’Entrone, seduto al tavolo, c’è il Dott. Guiducci con gli occhiali e il camice bianco: quello era il tavolo delle “contrattazioni” per le assicurazioni sui cavalli. Un paio di secondi dopo si vede ancora Guiducci che guarda la bocca di un cavallo; si nota bene anche Ganascia con una maglietta celestina.
Da 21:08 a 21:10: Si vede la cavalla Tatiana (n. 22), dal mantello morello, montata da Vincenzo Foglia, detto Frasca, che poi prende il galoppo verso il Casato.
Da 22:11 a 22:12: Si vede Adù Muzzi con la giacca marrone che brontola e spiega un fatto avvenuto durante la batteria che coinvolse Tatiana e il Foglia. Dietro Adù si vede Ennio Regoli, prima mangino e poi Capitano del Valdimontone.
Da 22:46 a 31:08: Si vede l’assegnazione dei cavalli di quel giugno 1973. Poi Marco Polo portato nella stalla del Bruco, condotto alla prova con Canapino e infine la sua benedizione nella chiesa della Contrada. Si vedono Guerriero Capannoli, che era barbaresco del Bruco, e il Dott. Barducci, capitano del Bruco (a 23:50, con la giacca blu, seduto al tavolo sul palco al momento dell’assegnazione).
In questo lasso di tempo: Si vede anche la segnatura dei fantini e il mossiere Rubacuori, con la maglietta blu scura, che spiega come intenda convalidare la mossa in risposta a un’osservazione di Canapino.
È un filmato molto interessante: racconta un Palio che fu.
Quando avvisai gli altri del risultato raggiunto, non riuscivano a capacitarsi di come Adù fosse riuscito a farlo, conoscendo bene la paura che aveva dei cavalli. Quella stessa sera vennero tutti a cena in scuderia; ma quella era una prassi: accadeva quasi tutte le sere, sia d’inverno che d’estate, che ci fossero dieci o quindici persone a tavola e io, naturalmente, dopo lavavo tutti i piatti.
Allora in scuderia non c’era né corrente elettrica, né acqua corrente. La luce era fornita da due batterie che venivano ricaricate una volta al giorno da un motore a gasolio; l’acqua, invece, era raccolta in una cisterna che si riempiva con la pioggia e qualche volta, quando pioveva meno, la facevamo portare con l’autobotte.
Se tornassi indietro, ritornerei sempre lì e rifarei mille volte quello che ho fatto da Canapino. Come mi piacerebbe scrivere questi fatti, magari insieme a lui, per ricordare ogni piccolo particolare. Ciao Leonardo, sei sempre nei miei pensieri.
Portammo il cavallo in Piazza. La notte lo montai io, allora diciottenne, dopo aver fatto prima dei giri con Panezio. Il cavallo fu segnato al Sardo. Arrivammo alla Basilica dei Servi con il camion e lì scaricammo i cavalli. Io montai Panezio, Canapino montò Pitagora e Salvatore portava Terence a mano; così ci avviammo verso la Piazza. C’erano anche altri cavalli che poi montammo, tra cui Tatiana.
e Pindaro
di proprietà di Giuliano Gambelli
E che tenevamo noi… Loro ora non ci interessano, ma non posso non fare un saluto a Giuliano, che era un mio amico e ora purtroppo non c’è più: ciao Giuliano.
Ad essere sincero, non ricordo chi diede il nome “Marco Polo” a Terence, ma questo fu il suo nome da piazzaiolo. Oggi, primo novembre, telefono a Ivano Poppi in pizzeria e gli domando: «Ivano scusa, ma ti ricordi chi fu a mettere il nome Marco Polo a Terence? Io non me lo ricordo». «Fu Mauro Bernardoni a metterglielo», mi risponde. Lo ringrazio e gli spiego che volevo scrivere questo ricordo. «Già», mi dice lui, «lo so che ora sei diventato “scrittore”». Ci salutiamo.
Anche con il Poppi ne abbiamo fatte… Non so quante volte abbiamo dovuto cambiare la crociera del camion per strada. Il Ford Transit di Canapino, che portava tre cavalli e che guidava quasi sempre il Poppi, era così pesante che la crociera si rompeva spessissimo. Allora il Poppi ed io ci sdraiavamo sotto il camioncino, dovunque ci si trovasse, e lui cambiava il pezzo a tempo di record.
Oppure quella volta che, assieme anche a Canapino, giravamo a cavallo sulle mura del Castello di Brolio per un film che giravano lì: che risate ci siamo fatti! Comunque, risolto “l’enigma” di chi diede il nome Marco Polo.
Panezio, dentro la Piazza, era come guidare un motorino automatico: faceva tutto da sé. Si alzava da solo prima di San Martino e andava giù al momento giusto; lo stesso valeva per la curva del Casato. Che fenomeno era! Il “cavallo Ragioniere”, come lo chiamavano Adù e gli altri di scuderia.
Dopo aver fatto dei giri con Panezio — che intanto mi aveva insegnato la strada da fare in Piazza — scesi, mentre Canapino mi galoppava dietro con Pitagora, e andai a montare Marco Polo. Nel frattempo, Canapino scese da Pitagora e montò Panezio per farmi da battistrada mentre galoppavo su Marco Polo, mentre Pitagora veniva portato nell’Entrone.
Terence tirava veramente forte, ma lo conoscevo bene e riuscivo a tenerlo facilmente, anche perché Canapino mi aveva fatto mettere il morso doppio. Erano i suoi cavalli e li avevamo preparati nel verso giusto; per questo lui si adattò subito alla Piazza e ci galoppò da subito forte e preciso.
La gioia dentro di me era incontenibile. Intanto Adù, il Bernardoni, Manganelli e Letizia Barneschi gongolavano soddisfatti da una parte, mentre Saggia guardava il cavallo con orgoglio, recitando alla grande la parte del proprietario.
«Bravo Camillo», mi disse Canapino mentre a cavallo tornavamo ai Servi, dove avevamo lasciato il camion. Rientrammo in scuderia tutti soddisfatti, aspettando la mattina del 29 per portare lui e gli altri alla Tratta.
FINE SECONDA PARTE
sabato 8 novembre 2014
BRUCO AL SECONDO POSTO NICCHIO ALL’OTTAVO.
CIVETTA DI RINCORSA
TERZA PARTE MARCO POLO
La mattina presto, insieme a Marino Lupi, detto “Veleno” — il maestro di Canapino e mio, almeno al principio della mia esperienza ippica — si stava a scuderia. Anche lui era con me fin dall’inverno: lui faceva le lettiere, io montavo i cavalli e dopo portavo via tutto lo sporco di undici cavalli con le ceste. Già, le ceste! Le riempivo fino allo spasimo… poi le mettevo su una cassetta della frutta vuota per tenerle più alte e me le caricavo sulla schiena, aiutandomi con la voce per alzarmi; pesavano veramente un’esagerazione.
Una mattina Canapino mi dice: “Che esagerato, quanto peserà mai…”. Mi sposta, si abbassa e se la carica sulla schiena; peccato che gli cascò sotto da quanto pesava. Mentre si rialzava imprecava: “Maremma qui, maremma là… o che c’hai messo, il piombo dentro?”. Naturalmente Marino e io ridevamo come scemi. Poi mi toccò riempirla di nuovo perché il concio dei cavalli era finito tutto in terra. Penso pesasse più di un quintale; non a caso a quei tempi Leonardo mi chiamava “Manona” per la forza che avevo.
Tornando al discorso di prima, ci alzammo e andammo a preparare i cavalli da portare alla Tratta: Marco Polo, Panezio, Pitagora, Tatiana e Pindaro. Dovevamo anche dare da mangiare agli altri; la scuderia era piena, c’erano undici cavalli. A Tatiana ero particolarmente affezionato, anche se per farla diventare una cavalla affidabile so io quanto ho impazzito insieme a Canapino. Lei aveva sangue maremmano e, come la stragrande maggioranza dei maremmani, per domarli bene e convincerli a fare quello che devono ci vuole tempo: sono veramente testoni e prepotenti, le studiano tutte per non fare quello che gli viene chiesto. Quando poi imparano e si convincono, diventano più affidabili degli altri, anche se tendono sempre a rispettare di più la persona che li ha domati e vinti.
Tatiana la feci debuttare in corsa io, montandola nella Primavera ad Asciano nel 1972. Mentre ci avviavamo alla partenza, le tirai la cinghia della sella che era lenta; a quel punto si ribellò facendo una falcata che per poco non montai addosso al Maresciallo dei Carabinieri di Asciano, che scappò via impaurito imprecando contro di me. Non aveva tutti i torti, ma io non avevo colpe: dovetti correre con la cinghia lenta e la sella che mi andava in qua e in là. Riuscii lo stesso ad arrivare secondo; non era ancora “un boccon da ghiotti”, come si dice. La corsa dopo la vinsi con Pindaro che, al contrario di Tatiana, era un cavallino serio, preciso e sapeva muovere bene le gambe, anche se non era un fenomeno.
Torniamo alla mattina del 29. Verso le sei e trenta arrivarono anche Leonardo Viti (Canapino), il Poppi Ivano e gli altri che, insieme a me e a Marino, avrebbero portato i cavalli in Piazza. C’era naturalmente anche Salvatore Saggia: lui avrebbe portato Marco Polo, ormai era assegnato a lui e doveva recitare fino in fondo la parte del proprietario. I proprietari della scuderia 2BM ci aspettavano invece in Piazza del Mercato a Siena.
Il camion non era più il famoso Ford Transit a tre posti: Canapino lo aveva venduto e comprato al suo posto un van che poteva caricare sei cavalli. Quel Ford era però nel mio destino: qualche anno dopo lo comprai proprio io. Caricati i cavalli, andammo a Siena. Arrivati in Piazza del Campo, tutti guardavano il bel cavallo a toppe, Marco Polo, e commentavano: “Sembra il cavallo degli indiani”. Dopo aver svolto le procedure di segnatura ed essere arrivata la lista delle batterie lessi, assieme a Canapino, che avrei corso la seconda batteria con Panezio e la quarta con Marco Polo.
“Bene,” disse Leonardo, “monti prima lui così ti ricorda dove passa!”. Panezio fece quello che preannunciò Canapino: mi ricordò la strada, faceva tutto da solo, proprio come la notte precedente. Che fenomeno era! Anche Marco Polo andò benissimo, con quella galoppata potente che “mangiava” la pista. Io ero tranquillo, avevo rotto l’emozione la notte avanti e quelli erano cavalli che conoscevo come le mie tasche.
Tatiana la montò Vincenzo Foglia, detto Frasca, che ebbe un inciampo con qualcuno e cadde. Non so cosa accadde di preciso, ero dentro l’Entrone a passeggiare Panezio; non successe nulla di particolarmente grave e non se ne parlò più. Pindaro fu montato da Antonio Trinetti (Canapetta), un cavallino esperto che aveva già corso due Palii l’anno prima: ad agosto nell’Istrice con Costiero Ducci, detto Aramis (un ragazzo che frequentava la scuderia di Canapino), e il Palio straordinario di settembre nell’Aquila con Eletto Alessandri, detto Bazza. Pitagora lo montò Leonardo stesso, facendo la sua batteria tranquilla; anche lui, come Panezio, aveva già corso i tre Palii precedenti.
Per Tatiana fu necessaria la batteria di recupero, montata da Vittorio Cerrone, detto Turbine; la cavalla andò bene e fu poi presa per correre il Palio assieme a Pitagora, Panezio e Marco Polo, mentre Pindaro fu scartato. In quel Palio di luglio del 1973, quattro cavalli su dieci erano della scuderia di Canapino. Finite le batterie Canapino mi disse: “Bravo, alleluia!”. Era la seconda volta! Vi assicuro che avrebbero dovuto suonare le campane: sentirsi dire “bravo” da Canapino era cosa più che rara. Anche gli altri si complimentarono con me; io gongolavo felice per la mia prima Tratta. Diciotto anni… mamma mia, sono passati più di quarantun anni ormai!
All’assegnazione, Panezio andò alla Lupa (sarebbe poi stato il vincitore con Rosario Pecoraro, detto Tristezza). Tatiana toccò all’Onda e fu montata da Antonio Zedde, detto Valente. Pitagora fu assegnato al Nicchio e fu montato da Donato Tamburelli, detto Rondone. Marco Polo andò nel Bruco. Mentre il Barbaresco andava a prendere il cavallo, Adù prese per un braccio Mauro Bernardoni strattonandolo e gridando con il sorriso sulle labbra: “S’È INVENTATA NOI!”. Canapino in quel periodo era impegnato con il Bruco e sarebbe stato lui a montare Marco Polo, avendo così serie possibilità di vincere e portare il Drappellone in Via del Comune dopo diciotto anni di digiuno.
Faccio un passo indietro a quando arrivammo dentro l’Entrone. Solo uno riconobbe che Marco Polo era in verità Terence: fu Vincenzo Foglia, detto Frasca. Gli altri nemmeno per sogno pensavano potesse essere lui. Interrogavano Saggia sulla provenienza del cavallo, se fosse italiano e se avesse il certificato. Lui rispondeva serioso: “Certo che ha il certificato”, naturalmente mentendo. Il certificato lo aveva, sì, ma da Purosangue, non da Mezzosangue. Noi che lo conoscevamo bene notavamo che rideva sotto i baffi. Erano comunque bugie innocue, necessarie per dare credibilità al cavallo; oggi ti “arresterebbero” per una sciocchezza del genere. Era un altro Palio, ma soprattutto un altro mondo!
I Brucaioli andarono via dietro a Marco Polo esultando, nonostante qualcuno dicesse che il cavallo era “bono”; saltavano e ridevano felici mentre gli altri erano interdetti. Penso che una volta arrivati in contrada, passò poco tempo prima che tutti sapessero di avere un Purosangue in grado di vincere.Marino, il Poppi ed io tornammo con Pindaro a scuderia. La sera, sistemati i cavalli prima del solito, lasciai a Marino l’incombenza di dare le biade più tardi, presi il motorino e andai a Siena a vedere la prova. Feci lo stesso le altre sere; solo la mattina non andavo perché dovevo lavorare i cavalli. Canapino aveva messo il morso doppio a Marco Polo per gestirlo meglio. Quel “delinquente” la mattina della Tratta non me lo fece mettere: “Senti, te monti con il filetto; quello doppio lo metto a Pitagora se no mi fa schiantare. Tanto te Terence lo tieni bene anche con il morso normale”. Mai deludere Canapino quando ti dava fiducia…
La prima sera fece una prova tranquilla per far imparare la strada al cavallo, mentre i Brucaioli sul palco cantavano come matti. Tutti ormai sapevano chi fosse Marco Polo; come dice De André: “La notizia un po’ originale… vola di bocca in bocca”.
Bruco e Nicchio erano i favoriti di quel luglio 1973. C’era però Panezio alla Lupa, che aveva seri problemi con la rivale Istrice; le scaramucce tra le due contrade furono continue e Tristezza non era affatto tranquillo. Tra Bruco e Nicchio c’era l’accordo: chi delle due avesse girato per prima a San Martino sarebbe andata a vincere, mentre l’altra avrebbe coperto. Mi pare fosse la sera della Prova Generale: il Bruco partì primo con il Nicchio secondo; arrivati al secondo San Martino, il Nicchio all’esterno…
Andò dritto e si tirò dietro anche Marco Polo, che aveva già iniziato la curva. Canapino andò a sbattere di schiena nel materasso d’angolo di San Martino e rimase a terra, indolenzito e leggermente frastornato dalla botta. Io corsi subito lì: sorreggevo Canapino con un braccio, mentre con l’altra mano tenevo Marco Polo.
Rondone, il fantino del Nicchio, era in piedi davanti a noi; gettava a terra il cappello della monta, lo raccoglieva e lo ributtava, inveendo contro Canapino. La responsabilità dell’accaduto non era certo sua e fortuna volle che fosse così indolenzito perché, conoscendolo e vedendo come guardava Tamburelli, se fosse stato bene temo che avremmo assistito a un incontro di boxe. Vi garantisco che Leonardo tirava dei cazzotti micidiali. Di lì a poco arrivarono anche i brucaioli che presero il cavallo e Canapino e, imbestialiti, tornarono nel Bruco.
Chi legge e ha visto il filmato televisivo dell’accaduto, ora sa che quel ragazzo che si vede ero io — per quel che può valere. Il giorno del Palio avvenne la fotocopia della prova descritta: al secondo giro il Nicchio, secondo e all’esterno del Bruco, andò dritto a San Martino tirandosi dietro il Bruco. Probabilmente, se Donato Tamburelli (Rondone) avesse fatto tesoro della prova del giorno prima, il fatto non sarebbe riaccaduto; Canapino e il Bruco avrebbero girato e, molto probabilmente, vinto. Il Bruco non avrebbe dovuto aspettare fino all’agosto del 1996 per portare il Palio in via del Comune, e Rondone avrebbe avuto il portafoglio pieno — e non solo lui.
FINE TERZA PARTE
QUESTO E’ IL FILMATO DEL PALIO
MARCO POLO ULTIMA PARTE
A Canapino, ai Brucaioli e a tutti i componenti della scuderia 2BM quel Palio rimase “nel gozzo”, come si usa dire normalmente. Adù forse è stato quello che ci s’imbestialì più di tutti e non so quanti “accidenti” arrivarono a Donato Tamburelli, detto Rondone. Marco Polo confermò di essere un ottimo cavallo da Palio.
Arrivare alle prove di notte e alla Tratta dell’agosto 1973 fu un batter d’occhio. Stessa trafila: cavalli caricati e portati fino alla Basilica dei Servi; qui venivano scaricati e condotti in Piazza del Campo per le “romantiche” prove di notte di allora. Io montai Tatiana, Marco Polo e Marisa. Quest’ultima era una mezzosangue, sì, ma di fatto era una cavallina da sella, anche parecchio scomoda da montare a pelo; oltre a non avere un’andatura da corsa, era tonda come una mela e non ci si stava sopra: ti sentivi andare in qua e in là pur essendo allenatissimo. La portammo come cavallo “sacrificabile”, nel senso che l’avrebbero scartata evitando così le solite lamentele e polemiche che colpivano tutti i cavalli di Canapino e della 2BM. Era normale e giusto che facessero così: allora erano probabilmente gli unici cavalli veramente preparati per correre il Palio di Siena e, perciò, i più affidabili.
Portammo, quella notte, anche Panezio, sebbene non ne avesse bisogno; a quella Tratta lo avrebbe montato un ragazzo amico di Cesare Manganelli, Francesco Torti: era più un appassionato che un fantino e non aveva mai galoppato in Piazza del Campo. A quel punto portammo anche Pitagora; ormai era già la terza volta che andava “a dritto” al secondo San Martino per il Palio. Arrivammo in Piazza che sembravamo un reggimento, sempre verso le due di notte e sempre con la gente seduta ai tavoli dei bar che scappava quando ci vedeva arrivare. Fatte le prove, sempre accompagnati da quel religioso silenzio e dai “nooo” di quando qualcuno cadeva, tornammo alla Basilica dei Servi, caricammo i cavalli e rientrammo in scuderia.
Il mattino del 13, come al solito prestissimo, Marino Lupi ed io ci alzammo e preparammo i cavalli da portare in Piazza: Panezio, Pitagora, Pancio, Marisa, Tatiana e Pindaro. Poi demmo da mangiare agli altri cinque che rimanevano e agli altri cavalli che stavano al prato e venivano sotto la tettoia quando portavamo la biada. Dopo arrivarono Canapino, l’autista Ivano Poppi e gli altri che avrebbero dovuto portare i cavalli in Piazza. Li caricammo sul van e via verso Piazza del Mercato a Siena; lì, come al solito, ci aspettavano Adù, il Bernardoni, Manganelli e Letizia Barneschi.
Nel frattempo Salvatore Saggia era diventato proprietario di un altro cavallo e gli venne segnata pure Marisa; si fece poche risate anche lui in quel periodo, specialmente alle cene che facevamo a scuderia praticamente tutte le sere, arricchite dai suoi ottimi formaggi. Ormai tutti sapevano chi fosse in realtà il cavallo che assomigliava a quelli degli indiani, Marco Polo, e tutti quel mattino del 13 agosto 1973 avrebbero voluto nella propria stalla lui oppure il vincente di luglio, Panezio. Anche Orbello era atteso: aveva già vinto due Palii ma era un cavallo che veniva forte al terzo giro; credo che per questo i primi due fossero i più ambiti.
Vinsi la batteria con Tatiana. Leggo su alcuni testi che Tatiana fu montata da Bazzino per quella Tratta, ma la cosa è errata: quell’agosto 1973 la montai e ci vinsi io la batteria. Ci tenevo troppo a quella cavalla, l’avevo domata e addestrata sempre io; già non mi fece piacere non averla montata il 29 giugno precedente, ma le direttive di scuderia erano tali e andavano rispettate.
Marco Polo e Pitagora, pur avendo fatto bene entrambi, furono obbligati a fare la batteria di recupero; anche lì andarono bene e furono presi assieme a Panezio. Marco Polo fu assegnato alla Torre e non vi dico l’esultanza dei torraioli; la Torre aveva come fantino ufficiale Antonio Trinetti, detto Canapetta. Panezio andò nell’Aquila e vestì il giubbetto di via del Casato Adolfo Manzi, detto Ercolino, che lo aveva già indossato a luglio montando Rondine. Eletto Alessandri, detto Bazza, montò Pitagora assegnato al Leocorno.
Marco Polo era sicuramente il miglior cavallo di quell’otto. Canapino non fu chiamato: le discussioni sulla sua corsa su Topolone dell’agosto 1971 non erano state digerite dai contradaioli della Torre; inoltre aveva ancora l’impegno con il Bruco, contrada che ebbe in sorte Musella. Purtroppo per loro non era certo una cavalla che dava molte possibilità di vittoria, specialmente in un lotto competitivo come quello, che andava da Panezio a Marco Polo, passando per il forte Orbello e Pitagora.
Pitagora non era da meno, anzi… ma girare quel secondo San Martino diventò per lui un problema insormontabile. In tutti i suoi anni di carriera non girò mai quel punto della Piazza, e io lo so bene ricordando il 2 luglio 1974. Per anni non ci siamo spiegati — Canapino, io e gli altri che lo conoscevamo bene — come mai Pitagora non girasse lì, mentre da tutte le altre parti andava benissimo, a volte in piste con curve peggiori di quelle di Siena.
Ecco, l’ho scoperto un paio d’anni fa vedendo dei filmati del Palio al Canale Civico. Solo in uno si riesce a vedere cosa accadde, e bisogna farci molta attenzione. Se vi capiterà di vederlo, potrete togliervi la curiosità. Il primo Palio Pitagora lo corse nel luglio del 1972 nella Selva e fu montato da Arturo Dejana, detto Pel di Carota. Al secondo San Martino venne schiacciato sul colonnino da più cavalli. Direte: cosa c’entra? Il cavallo ricorda più di tutto i “dispiaceri”, e quello lo fu; è stato il motivo per cui Pitagora non girò più il secondo San Martino. Nella mia esperienza, girando in molte scuderie del senese, mi sono reso conto oggi del perché certi cavalli facessero certe cose o andassero dritti al Casato. Quando capiterà l’occasione, vi dirò i miei ragionamenti.
Tornando a quell’agosto del 1973: mentre ero a scuderia la mattina del 15 agosto e mi stavo cambiando per andare a vedere la prova, sentii arrivare un’auto proprio sotto la finestra della cameretta. Non era nella zona d’ingresso, ma in un’altra proprietà dove stavamo solo noi (il resto dei caseggiati erano ruderi). Mi affacciai e vidi una Simca color ruggine con uno stemma della Torre sul vetro posteriore. Alla mia domanda “Chi cercate?”, mi risposero: “Camillo?”. “Sì”, risposi. E uno di loro aggiunse: “Ha detto Adù: vieni con noi e prendi un paio di scarpe”. “Va bene, arrivo!”.
Solo dopo scoprii che l’uomo che guidava era Marino Serchi e i due ragazzi con lui erano Enrico Fatucchi (recentemente Capitano della Torre) e Roberto Brizzi. Ero già cambiato e mancava pochissimo alla prova; presi in mano un paio di mocassini neri con cui lavoravo e montavo, feci il giro della scuderia e li raggiunsi alla macchina. Partimmo per Siena. Nessuno mi disse nulla e io stetti zitto. Arrivammo alla fontanina della Torre; in Salicotto non c’era nessuno, solo il Dott. Artemio Franchi.
Dopo che scesi dalla macchina mi salutò, mi disse chi era e mi chiese se me la sentivo di fare la prova nella Torre con Marco Polo, aggiungendo che Adù gli aveva detto di venirmi a prendere.
“Certo,” rispondo, “nessun problema.”
Con lui e i due ragazzi ci avviammo verso la Piazza a passo svelto; mancava pochissimo alla prova. Se ci ripenso… io con quelle scarpe in mano, senza una busta, tenendole con due dita infilate dalla parte dei talloni mentre andavo verso la Piazza… deve essere stata una scena proprio agreste.
Arrivati all’Entrone, ci dirigemmo verso Canapino che era accanto alla Cappella, vicino alla finestra dell’Entrone, in compagnia del Capitano e dei Mangini del Bruco. Intanto arrivarono anche i Mangini della Torre, che il dott. Franchi mi presentò.
“Bene Dottore,” dice Canapino al Dott. Franchi sorridendo, “mi ha preso il cavallo, ora il fantino e vuole… anche il camion?”
Ci fu una leggera risata generale. Poi si rivolse a me e disse: “Me lo spieghi che ci fai con quelle scarpe in mano?”
“E ci monto!” gli rispondo.
“Sciabordito! Le scarpe per montà qui ce l’hai già ai piedi…”
Indossavo un paio di stivaletti di tela. Montai poi con quelli e li tenni da parte per usarli solo in Piazza; ci corsi diverse Tratte e Palii. Dopo lo scoppio del mortaretto uscimmo a cavallo dall’Entrone per andare ai Canapi. Lì sì che mi venne la “libidine”: che spettacolo i colori della Piazza! Era mattina e non c’era tantissima gente.
Mentre andavamo verso il Casato, Canapino mi disse: “Tranquillo…”. Poi vidi che si avvicinò ad Aceto, che montava nell’Oca su Nedo, e sentii che gli disse: “Se ti provi ad avvicinarti a Camillo, ti rompo!”. Io gli volevo e gli voglio bene, ma pure lui me ne voleva!
Mentre risalivo il Casato, da dentro la Piazza sentii urlare: “O brindellone, o chi sei? O chi t’ha sciolto?”. Oddio, bello da vedere non dovevo essere di certo: avevo i pantaloni della muta da fantino della Torre che mi arrivavano a mezzo stinco.
“Io facevo orecchio da mercante e avevo l’esaltazione a mille! Ma ero tranquillissimo: montare Marco Polo per me era normale. Entrai per primo al canape; il cavallo con me stava tranquillo e fermo, a differenza di quanto facesse con Canapetta. Partii in testa facilmente e girai primo anche a San Martino.”
“Poi feci una prova ad andatura tranquilla, come mi avevano detto di fare. Mi fermai poco prima di San Martino, dove c’erano i Torraioli, anche loro sorpresi di vedermi ma contenti per la bella prova fatta. Rimasi nella Torre e tornai a scuderia la sera dopo il Palio. La Prova Generale, invece, la montò Canapetta.”
Si vedeva che era in difficoltà con il cavallo. Canapetta, ai suoi tempi, è stato un fantino vero ed era, secondo me, anche parecchio bravo; forse il Purosangue, impegnativo come Marco Polo, e lui, che era ormai verso il declino, non erano compatibili.
La mattina della Provaccia rimontai io: al canape ero ancora basso e, ancora una volta, partii primo. Girai primo a San Martino sentendo gli applausi del palco dei torraioli come il giorno prima, poi rallentai parecchio, come mi era stato detto di fare. Marco Polo andava veramente forte in Piazza del Campo: a lui piaceva galopparci, si sentiva.
Poi seppi che fu chiesta l’assemblea per far sì che montassi io quel Palio, ma il Capitan Franchi non se la sentì e fece bene, perché i Palii, per vincerli, bisogna sempre prima correrli. È vero che questo è rimasto sempre il cruccio di Franchi; mi diceva spesso: «Camillino, dovevo avere più coraggio e montare te a quel Palio». E io gli rispondevo sempre come ho scritto sopra: che i Palii vanno sempre prima corsi.
Un’altra piccola soddisfazione fu quando Franchi mi disse: «Sai Camillo cosa mi ha detto il mossiere Calabrò?».
«Ma chi è quel ragazzo che monta in quella maniera splendida quel cavallo?». Lui era stato un uomo di cavalli, quindi sapeva quel che diceva; ecco perché la mia fu una piccola soddisfazione.
L’Aquila vinse il Palio con Panezio scosso. Manzi cadde al terzo San Martino per chiudere la strada alla Torre, che arrivava come un bolide. Proprio mentre passava la Torre a San Martino — e sarebbe andata in testa — si alzò il cavallo della Lupa, Satiro, che era caduto al giro precedente; questo fece cadere Canapetta.
Panezio e Marco Polo volano verso il Casato inseguiti dalla Chiocciola, che arrivava forte anche lei con Rondone e Orbello. Ricordate? Orbello, cavallo da terzo giro… Ma la cosa eccezionale fu che, davanti al bar Fonte Gaia, Marco Polo provò a passare Panezio dall’interno; Panezio, vistosi minacciato, si girò mordendolo e tenendolo dietro.
Panezio e l’Aquila vinsero, la Torre arrivò seconda e la Chiocciola terza dall’esterno: il tutto nello spazio di mezzo cavallo.
“Marco Polo corse poi un solo altro Palio, nell’agosto del 1974 nell’Onda, arrivando ancora secondo montato da Manzi. Dall’inverno 1973-1974 io non ero più da Canapino, ma ero diventato il fantino ufficiale della Torre; il mio “amico” Marco Polo non l’ho mai più montato, ma rimarrà sempre nel mio cuore e nei miei pensieri per essere stato il fautore del mio inizio come fantino del Palio.
La sera dopo il Palio, ricevute dal Dott. Franchi duecentomila lire come compenso per le due prove fatte, andai da Canapino nella stalla del Bruco: si stava cambiando, era tutto tranquillo. Alzai la gamba dei pantaloni, presi le duecentomila lire che avevo nascosto in cima ai calzettoni e le diedi a Canapino; era il guadagno di scuderia, non il mio. A settembre presi la patente per l’auto e mi arrivò, da Canapino, la Cinquecento familiare bianca.”
“Purtroppo Marco Polo era un gran cavallo che ha corso poco e vinto mai; e mai potrò scordare Adù Muzzi che lo tinse, la codata in faccia che prese e Canapino che cadde dalla sdraio dalle risate… e quel Palio e quel mondo che fu!”
Pier Camillo Pinelli (Spillo) oggi un Brontolo


















































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