Agosto 2026
Buongiorno amici,
mi è arrivata questa lettera, firmata con uno pseudonimo. Chi l’ha scritta non desidera alcuna visibilità, ma io conosco la sua identità; diversamente non l’avrei mai pubblicata.
Un saluto alla nostra lettrice che ha voluto condividere con me-noi queste parole condivisibili o meno
Camillo
Smadonno
di Pulcesecca
Il Drappellone d’Agosto 2026: L’arte Sacra, il Palio e il diritto di disturbare…
Che brutto, quel volto del «Madonno».
Com’è stato possibile accettare una Madonna che non ha nulla di Madonna? Inguardabile.
Un volto ambiguo, androgino, quasi extraterrestre, dipinto sulla seta che per tre mesi all’anno diventa il centro gravitazionale dell’intera città.
A Siena, in questi giorni, lo si è detto in molti modi. Con ironia, con fastidio, fino ad arrivare al paradosso di uno striscione srotolato sul sagrato del Duomo durante la processione dei Ceri e dei Censi: un drappo con tanto di Madonna classica e lezione scritta sull’iconografia cristiana.
Fa sorridere, a pensarci.
Soprattutto in Toscana, terra dove il sacro e il profano convivono da secoli senza troppi complimenti e dove la bestemmia è spesso solo una virgola colorita per dare ritmo al discorso, ci siamo improvvisamente riscoperti tutti teologi raffinati e custodi del dogma.
Non piace? Legittimo.
Non emoziona? Ci sta.
Ma stabilire che «quella non è una Madonna» è un’altra cosa.
Perché Siena, quando chiama un artista a dipingere un cencio, non gli chiede di ripetere quello che già conosce.
Gli mette davanti un frammento di tessuto, una storia enorme, una città che guarda e giudica ogni pennellata, e gli dice più o meno così:
Vieni a raccontarci come ci vedi.
Poi, naturalmente, diremo la nostra.
È successo anche con Fernando Botero, nel 2002. Portò in Piazza il suo mondo senza chiedere permesso: figure monumentali, corpi dilatati, colori e forme che erano soltanto suoi.
A me quelle sfere sospese hanno sempre fatto pensare al drago Shenron, ma questa è un’altra storia.
Il punto è che Botero fece Botero.
Ed è forse questo che si dovrebbe chiedere a un artista: non di rassicurarci, ma di avere qualcosa da dire.
Anche l’arte sacra, del resto, non è mai stata una lunga processione di immagini da libro di catechismo.
Caravaggio, con la Morte della Vergine, mise davanti agli occhi dei suoi contemporanei una Madonna troppo umana, troppo vera, troppo lontana da quella che avevano in testa.
L’arte, quando è viva, ogni tanto disturba.
Ed è qui che smadonno.
Non contro chi guarda il cencio e dice: «A me non piace».
Quello è il bello.
Si guarda, si sente qualcosa oppure niente, si discute, si litiga. A Siena è quasi obbligatorio.
Smadonno contro chi pensa che il proprio modo di riconoscere la Vergine sia l’unico possibile.
Perché la tradizione non è una fotografia appesa al muro.
È una cosa viva.
E le cose vive cambiano.
A volte fanno arrabbiare. A volte fanno ridere. A volte ci mettono un po’ prima di entrare sotto pelle.
Poi, però, arriva la curva di San Martino.
E lì cambia tutto.
Tre giri di febbre, polvere, sudore e speranza. La Piazza che si apre, si stringe, si spinge, urla.
Una giubbetta passa per prima.
E in quell’istante la pittura smette di essere soltanto pittura.
La seta viene afferrata, baciata, sollevata. Finisce sulle spalle di qualcuno, attraversa le strade, si impregna di lacrime, vino rosso di quello bello ignorante e cori.
Da quel momento non importa più soltanto chi l’ha dipinta.
Non è più soltanto il drappellone di Teodora Axente.
È il cencio della Contrada che ha vinto.
È quello che qualcuno conserverà per tutta la vita.
È quello che, magari un giorno, una bambina guarderà senza sapere nulla di queste polemiche e senza preoccuparsi minimamente di stabilire se quel volto sia abbastanza Madonna.
Vedrà soltanto il drappellone della sua Contrada.
Quello per cui quella sera hanno cantato i colori del suo fazzoletto:
«Sona, sona, campanina,
che per me non soni mai.
Ma stasera sonerai,
sonerai soltanto per me».
E forse è proprio questo il destino più bello del cencio.
Non mettere tutti d’accordo.
Diventare di qualcuno.
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