20 Agosto 2026
Buongiorno amici,
mi è arrivata questa lettera, firmata con uno pseudonimo. Chi l’ha scritta non desidera alcuna visibilità, ma io conosco la sua identità; diversamente non l’avrei mai pubblicata.
Un saluto alla nostra lettrice che ha voluto condividere con me-noi questo scritto condivisibili o meno, ma questo è uno spazio, una rubrica, dedicata ai lettori
Camillo
IL PALIO AI TEMPI DEL BARATTO
di Pulcesecca
Non mi ha mai affascinato la sfrontatezza dei furbi. La considero per quello che è: non intelligenza, ma impunità accordata da chi è disposto a tollerarla.
Quello che mi fa davvero orrore è chi guarda. Chi vede, capisce e tace.
L’arrogante, almeno, ci mette la faccia: parla di sé in terza persona, si mostra per ciò che è e rivendica come coraggio la propria prepotenza. Il vigliacco è più raffinato: non alza la voce, non prende posizione, non si sporca le mani. Prende la propria paura e la veste da prudenza, la propria convenienza e la spaccia per buon senso. Così la resa diventa diplomazia, il silenzio equilibrio e la codardia vuole persino accreditarsi una dignità.
Ed è questo, più del singolo episodio, che mi ha colpito in ciò che è accaduto al canape: il rischio che la Regola finisca per diventare negoziabile proprio nel momento in cui dovrebbe contare di più.
C’era una volta un Regolamento.
E sarebbe un peccato dover cominciare a raccontarlo al passato.
Non un ornamento da esibire quando fa comodo, né una favola dei fratelli Grimm da affidare alla Disney perché la renda innocua e facile da dimenticare.
È la legge del Palio.
E le leggi non hanno bisogno di un lieto fine: hanno bisogno di essere rispettate.
Il Regolamento stabilisce competenze, responsabilità, comportamenti e procedure. Non sono dettagli messi lì per riempire pagine: sono i confini dentro i quali il Palio deve svolgersi.
E qui arriviamo al punto.
La rincorsa appariva ferma.
L’Aquila non aveva ancora l’incollatura all’altezza del Verrocchino ed era lì, impalata, come se qualcuno le avesse impartito il più elementare dei comandi cinofili:
«Resta.»
Il Nicchio, invece, si muove.
Si vede.
Le immagini sono lì.
E non ho bisogno di trasformarle in una sentenza.
Si può discutere all’infinito se quella fosse, tecnicamente, un’iniziativa valida, se il momento fosse ormai arrivato, se l’allineamento fosse da considerarsi sufficiente.
È precisamente questo il punto.
Non spetta a me decidere.
Spetta a chi ha l’autorità per farlo.
Davanti a una situazione nella quale una rincorsa appariva ferma e un’altra Contrada si muoveva, chi aveva il compito di stabilire se quella situazione fosse conforme alla Regola? E quanto deve essere rigorosa, in quel momento, quell’autorità?
Una cosa è l’imprevedibilità fisiologica di quel momento.
Un’altra è il rischio che l’iniziativa del singolo finisca per pesare più della regola che dovrebbe governare tutti.
E non venitemi a dire che non si può esigere una mossa perfetta.
Lo sappiamo bene: il Palio non è una corsa di Formula Uno.
Qui ci sono cavalli, fasci muscolari che fremono sotto la pelle, la montatura a pelo, il sudore, i nervi e la pressione spaventosa della Piazza.
Nessuno chiede una partenza da laboratorio.
Ma proprio perché conosciamo la natura del Palio, dobbiamo saper distinguere ciò che appartiene all’imprevedibilità dell’animale da ciò che è scelta dell’uomo.
L’imprevedibilità del cavallo non può diventare l’alibi per la forzatura dell’uomo.
Ed è qui che entra in gioco chi ha il compito di governare la Piazza.
Il Mossiere non è lì come uno seduto sul water di prima mattina, con gli occhi assonnati, a contemplare il piatto della doccia davanti a sé.
È lì per vigilare, valutare e decidere.
Altrimenti potevamo metterci un turista.
Non si tratta di pretendere dal Mossiere l’infallibilità.
Si tratta di ricordare che un’autorità, per essere tale, deve assumersi il peso delle proprie decisioni.
E se oggi sono in tanti a contestare quella decisione, sarebbe troppo comodo archiviarli tutti alla voce «rosiconi».
Perché il Palio è fatto di rivalità, certo.
Ma quando una decisione che dovrebbe chiudere una discussione finisce per alimentarla, qualche domanda bisogna pur farsela.
Non sul vincitore.
Sul meccanismo.
Su ciò che stiamo accettando.
Perché se il confine tra ciò che è consentito e ciò che non lo è diventa abbastanza sfumato da poter dipendere dall’interesse del momento, allora il problema non è più soltanto una mossa.
È il principio.
Perché domani potrebbe essere un’altra Contrada.
Un altro fantino.
Un’altra situazione.
E ogni volta ci ritritroveremmo a discutere non della regola, ma di dove finisca.
Domani gli facciamo decidere l’allineamento.
Dopodomani gli consegniamo il Regolamento, così potrà scegliersi gli articoli che preferisce e ignorare gli altri.
E già che ci siamo, diamogli pure il drappellone: se lo dipinge, se lo assegna e si premia da solo.
Non serviranno più la sorte, le norme, l’autorità.
Basterà il più deciso.
È una provocazione, certo.
Ma nasconde un interrogativo serio: quanto siamo disposti a cedere prima di accorgerci che abbiamo barattato tutto?
Non è invidia.
L’invidia riguarda il risultato.
Qui si discute del metodo.
Si può perdere con dignità, si può vincere con dignità e si può vincere senza dignità.
Le tre cose non coincideranno mai.
Una vittoria non diventa nobile soltanto perché una Piazza la festeggia, una bandiera non assolve ciò che è accaduto prima di essere issata e un applauso non modifica una legge.
Che cosa stiamo festeggiando?
La vittoria di una Contrada, oppure l’idea che quando una determinata dinamica produce il risultato che ci favorisce siamo pronti a chiamarla «strategia»?
Se è questa la nuova filosofia, parliamo chiaro: strappiamo il Regolamento.
Diciamo apertamente che le norme valgono solo finché non intralciano i forti.
Almeno avremo smesso di raccontarci favole.
Ma finché quelle pagine esistono, devono valere per tutti.
È quando la norma diventa scomoda che si misura l’autorità.
E qui non c’entra soltanto il Mossiere.
C’entriamo noi.
Quelli che guardano.
Quelli che applaudono.
Quelli che, quando la propria Contrada è favorita, improvvisamente scoprono che tutto è normale.
Quelli che, quando è l’altra a essere favorita, scoprono invece il Regolamento, i commi, le virgole e persino le note a piè di pagina.
È questo il vero baratto.
Non si baratta soltanto una regola.
Si baratta il principio che quella regola debba valere anche quando ci conviene che non valga.
Poi è arrivata la caduta.
Il fantino è finito a terra.
Gli auguro sinceramente che non sia nulla di grave e che possa tornare presto a casa.
Ma quell’immagine resta.
Perché in questa storia qualcosa era caduto molto prima che cadesse un uomo.
La fiducia.
L’autorevolezza.
E, almeno per qualcuno, quel confine sottile tra furbizia e sopraffazione.
Il Palio si può vincere, la Piazza può urlare e il nome del vincitore finire negli albi.
Tutto questo appartiene alla cronaca.
Ma la gloria senza rispetto dura il tempo di un applauso.
E quando il rumore finisce resta soltanto ciò che abbiamo scelto di sacrificare.
Se per arrivare primi allo scoppio dei tre colpi del mortaretto abbiamo accettato che il principio della regola potesse essere piegato dalla forza, dalla furbizia o dalla convenienza del momento, la domanda non è più chi abbia portato a casa il drappellone.
La domanda è un’altra.
CHE COSA È RIMASTO IN PIEDI?
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