4 gennaio 2026
Venezuela, Caracas, il Pugno di Ferro e l’Interesse Nazionale: Perché Washington ha Ragione
di Pier
Non perdiamoci in inutili sentimentalismi da salotto o in retoriche terzomondiste. L’azione muscolare degli Stati Uniti in Venezuela non è un colpo di testa né un atto di generosità democratica “prêt-à-porter”. È, molto più semplicemente, l’esercizio della Realpolitik in un cortile di casa che per troppo tempo è rimasto ostaggio di un regime capace solo di mescolare retorica bolivariana, affari sporchi e fallimento economico.
Per i benpensanti, l’accusa di narcoterrorismo mossa dal Dipartimento di Stato contro i vertici di Caracas è solo una scusa. Sbagliano. Il “Cartello de los Soles”, gestito dai quadri militari venezuelani, ha inondato le strade americane di cocaina per anni.
Per Washington, la lotta alla droga non è un vezzo morale, ma una questione di sicurezza nazionale. Designare il regime come un’organizzazione criminale ha permesso alla Casa Bianca di abbassare la soglia dell’intervento: se uno Stato diventa una centrale di smistamento per i cartelli, smette di essere un interlocutore sovrano e diventa un obiettivo. Punto.
Siamo però realisti: l’America non muove la Delta Force solo per la polvere bianca. Il Venezuela siede sulle riserve petrolifere più grandi del pianeta. Lasciare che questo tesoro venisse svenduto alla Cina, protetto dai russi e scambiato con gli iraniani in chiave anti-occidentale era un errore geopolitico che un’amministrazione pragmatica non poteva più tollerare. L’obiettivo è chiaro: allontanare Pechino e Mosca dal Mar dei Caraibi e riportare il greggio sotto il controllo di aziende occidentali per garantire prezzi stabili.
In questo scacchiere, l’Italia non è una spettatrice qualunque. L’Eni, il nostro gioiello di Stato, è presente in Venezuela da decenni. Non per simpatia verso il socialismo, ma perché il sottosuolo venezuelano è fondamentale per la nostra sicurezza energetica.
L’intervento americano rappresenta, di fatto, una gigantesca operazione di ristrutturazione del debito. Sotto Maduro, i contratti erano carta straccia e l’Eni era costretta al meccanismo dell’“oil-for-debt” per recuperare crediti miliardari. Con un’amministrazione sotto l’ombrello di Washington, la certezza del diritto tornerebbe finalmente a proteggere i capitali italiani, permettendo a San Donato Milanese di passare dal semplice recupero crediti a nuovi, massicci investimenti.
Certamente, la partita è complessa. Se Washington “paga il conto” militare, le sue Big Oil (come Chevron) pretenderanno la parte del leone. La sfida per la nostra diplomazia e per il management dell’Eni sarà far valere la nostra superiorità tecnologica e il nostro ruolo di partner storico.
Dall’inizio della crisi ucraina, l’Italia ha fame di diversificazione: un Venezuela stabilizzato dalla forza americana è l’alternativa più concreta al ricatto energetico delle autocrazie dell’Est.
Concludendo, chi grida al “neo-imperialismo” ignora che il vuoto di potere in politica internazionale non esiste: se non ci sono gli USA, ci sono gli autocrati. Tra un narcostato fallito e un ordine garantito che estrae petrolio e produce ricchezza, la scelta è obbligata. Il pragmatismo del business e la sicurezza nazionale valgono molto più delle utopie di cartone di Caracas.
cartina che illustra la distribuzione delle riserve petrolifere mondiali

























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