19 Aprile 2025
Conosciamo Giovanni (rileggiamo questa interessante intervista)
Camillo (C): Prendo il furgoncino, carico i cani e via verso Arbia Scalo, Siena. Arrivato, imbocco la strada sterrata a sinistra prima del passaggio a livello, e mi trovo di fronte al cancello del podere del Tittia. Scendo, suono il campanello e, di lì a poco, senza nemmeno sentirmi domandare chi è dal citofono, si apre il cancello automatico. Due teste di cavallo di terracotta color ruggine sovrastano le due colonne di mattoni che sorreggono il bel cancello di ferro grigio chiaro, ben lavorato.
Risalgo nel furgoncino e, dopo circa cento metri, arrivo nel piccolo parcheggio davanti alla casa, e a pochi metri dalla scuderia. Una siepe alta e ben curata fa da contorno, sui due lati, al piccolo posteggio con il fondo di ghiaia. Tra questi, c’è un piccolo passaggio che porta alla casa, oddio, casa. Come dissi l’altra volta per la chiacchierata con Ilaria, la compagna di Giovanni, diciamo villa, perché è ancora migliorata da allora.
Scendo dal furgoncino e vado verso la casa percorrendo un viottolo, tra il pratino all’inglese, fatto di pianelle di mattone color scuro. Arrivo. L’Atzeni è lì fuori dalla porta che si sta mettendo le scarpe da ginnastica. Si vede che prima era entrato in casa senza. Sono le 14:00. Ci salutiamo e poi mi dice: “Dai, Camillo, andiamo a prenderci un caffè.”
Ci avviamo lungo il perimetro esterno della casa, verso la veranda in fondo alla costruzione dove feci la chiacchierata con Ilaria. Questa volta, però, entriamo nel salone di rappresentanza, definiamolo così. Una bella sala dove tiene i suoi trofei e foto. Appena entrati, sulla destra, ci sono delle belle poltrone e un divano bianchi, eleganti e sobri. Sulla sinistra, un bel tavolo grande di legno, con il piano spesso, anche lui molto sobrio e possente. In fondo alla stanza, sulla destra, un piccolo bancone bar. Dietro a questo va Giovanni e con la macchina da caffè a cialde me lo prepara e me lo appoggia sopra il bancone.
Bevuto il caffè, ci andiamo a mettere a sedere al tavolo descritto, uno di fronte all’altro.
Giovanni Atzeni (GA): Ma la fai scritta, vero Camillo, l’intervista?
C: Sì, certo, gli rispondo, mi piace di più scriverla. Accendo il registratore.
C: Chi è Giovanni Atzeni?
GA: Giovanni Atzeni è un ragazzo di trent’anni che ormai da dodici anni è a Siena.
C: Ma quando sei venuto in Italia non parlavi una parola d’italiano. Come mai? Eppure avevi e hai un genitore italiano.
GA: Ma sai, io sono nato in Germania. In casa abbiamo sempre parlato la lingua del posto, il tedesco. Mamma tedesca, babbo sardo. Siamo stati lì fino a quando non ho compiuto undici anni, poi ci siamo trasferiti in Sardegna. Lì ho imparato la lingua e tutto quanto.
C: Ma quando sei andato dal Bruschelli la lingua la sapevi, allora, ma non la parlavi mai. Facevi finta di non conoscerla?
GA: Sì, lo sapevo abbastanza l’italiano, ma fra il fatto che ero timido, il modo di parlare toscano, spesso lo comprendevo male e allora preferivo tacere.
C: Senti Giovanni, eri piccolo. Ma ritrovarti da una Nazione come la Germania, tutta inquadrata, schematica, e poi in Italia, in un paesino della Sardegna. Com’è stato l’impatto?
GA: Eh, mi sono ritrovato a Nurri, un paesino antico, antico nel senso che sono rimasti con i valori antichi: l’amicizia, le grandi famiglie. Un paesino dove ci sono poche regole. Nel senso, vieni dalla Germania dove eravamo tutti precisi. Sei a Nurri, trovi valori forti della famiglia, ma poche “regole”. Io che venivo da un Paese tutto preciso, schematico e senza sapere l’italiano, sai… Mi sono ritrovato un pochino confuso in principio, ma proprio in principio. Lì ho fatto la seconda e terza media e poi sono andato dietro a babbo, che ha sempre avuto i cavalli da corsa. E siamo andati a tutti i Palii e corse di provincia in Sardegna.
C: Quindi il tuo babbo correva questi Palii?
GA: No, lui portò dei cavalli tedeschi dalla Germania, li allenava, questi cavalli purosangue, e li faceva correre in questi Palii della Sardegna. Io ho debuttato a tredici anni in uno di questi, al paliotto a Bitti, con l’autorizzazione scritta del mio babbo. In Sardegna si può correre anche minorenni se c’è la firma del genitore. E praticamente da subito è diventato il mio lavoro.
C: Questa di babbo Franco mi giunge nuova. Quindi lui che fa nella vita? Allena i cavalli?
GA: No, babbo fa il suo lavoro normalissimo, il muratore, e poi per passione ha sempre avuto e montato i cavalli da corsa. Anche in Germania, terminato il suo lavoro, il pomeriggio andava ad allenare i cavalli che poi correvano negli ippodromi regolari. Montava nella città dove sono nato e vivevo, a Nagold.
C: Quindi montavi già anche in Germania con babbo?
GA: Sì. Possiamo dire di sì, anche se limitatamente, vista l’età.
C: Allora la passione per i cavalli e il Palio viene dal DNA di babbo?
GA: Eh, direi che è così. Che vuoi, quando arrivava il Palio di Luglio e d’Agosto, in quei paesini, tutti erano davanti alla televisione a vedere il Palio di Siena. E la passione e il sogno di esserci aumentava sempre di più.
C: Ma dietro tutti questi discorsi, mamma che diceva? Ritrovarsi dalla Germania in un paesino in Sardegna e vedere il figliolo tredicenne correre in questi Paliotti?
GA: Mamma è una tedesca “fredda”, che non vuol dire certo non affettiva o non innamorata dei figli, ma la cultura tedesca è: gambe in spalla e camminare. Poi anche lei, come noi figli, dopo poco si è abituata e ora sta bene a Nurri. Ha scoperto altri valori più importanti di essere schematici…
C: Ma in famiglia quanti siete? Tu, mamma, babbo e…?
GA: Quattro sorelle.
C: Quattro sorelle hai?
GA: Sì. Tre sono in Sardegna,
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e la più grande, invece, rimase in Germania con i nonni. Aveva già diciotto anni, studiava e preferì rimanere lì. Poi si è laureata e ora è sposata e ha la sua famiglia.
(Parlava di valori familiari. Lì li ha trovati ancora più forti e appresi subito Giovanni. Valori in cui crede molto, ci crede così tanto che pochi giorni fa è partito per la Sardegna a festeggiare il nonno per i suoi ottant’anni.
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Mi sono incuriosito e prima o poi vado a fare due chiacchiere con babbo e mamma del Tittia.)
C: Giovanni, che pretendi da te stesso?
GA: Sempre il massimo, sempre il massimo.
C: E che cos’è il massimo?
GA: Nel senso… in tutto, nel lavoro, nella vita, nella famiglia. Insomma, il massimo delle mie possibilità e anche più.
C: Praticamente non è facile stare insieme a te, come mi disse Ilaria, vero?
GA: Eh, sì, non è facile starmi intorno, sono esigente. Il massimo…
(Il massimo me lo dice quasi sorridendo, ma è quello che pretende e che dà. Voce calma e pacata ma ferma. C’è un po’ di timidezza, come dice anche lui di essere, ma è dovuta alla paura di non sapersi esprimere bene. Invece si esprime benissimo e sa quello che vuole. Nervosismo, però, zero. Le ciglia non le sbatte quasi mai. Esprime molti concetti per paura di essere frainteso. Sposta sempre leggermente la testa a sinistra prima di rispondere.)
C: Giovanni, c’è una cosa a cui avresti voluto assistere che non eri ancora nato, o non eri presente?
(Dopo aver pensato un poco)
GA: Ma senti Camillo, non saprei proprio che cosa. In questo momento non mi viene in mente niente.
C: Senti, ma l’intelligenza libera o imprigiona?
GA: Libera!
C: Perché libera?
GA: Perché ti aiuta a confrontarti con tutti, col mondo, con le persone.
C: Il futuro è meglio aspettarlo o affrettarlo?
GA: Qui starei un po’ nel mezzo. Secondo me è meglio aspettarlo. Però io, per come son fatto di carattere, l’affretto sempre.
(E questa l’avrei potuta scrivere senza aspettare la sua risposta.)
C: Che è l’invidia?
GA: Non so cos’è l’invidia, non la conosco, nel senso che non sono invidioso. Non te la so spiegare perché non esiste nel mio carattere.
C: Invece tu pensi di essere invidiato?
GA: No, no, penso di no.
C: Quale credi sia stato il punto di svolta della tua carriera, che hai detto: “Ora ci siamo”!?
GA: Ora ci siamo: il 2013, il cappotto personale, penso. È stato un momento che mi ha lanciato in su.
(Sempre tranquillo, ma un pizzico di orgoglio in questa risposta c’era.)
C: Tittia, nella vita meglio i rimorsi o i rimpianti?
(Pensa e poi, sorridendo leggermente)
GA: I rimorsi!
C: Ilaria, la tua compagna, che è per te?
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GA: Ilaria? Lei è tutto. Lei… penso… Per fare un uomo ci vuole sempre una grande donna accanto. Dire, tra virgolette, “guida” è esagerato. Però siamo una cosa unita, condividiamo tutto quello che abbiamo e facciamo tutto sempre insieme.
C: Il bimbo, invece?
(Cambia tono, parlava di Ilaria con dolcezza, ma quando gli chiedo del figlio gli brillano gli occhi e la voce diventa quasi squillante)
GA: Il bimbino?
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Beh, lui è la fine del mondo. Nel senso, è… Io l’ho fatto presto, a ventitré anni. Lì per lì mi son spaventato, avevo ventitré anni e tutto quanto, però… dal momento che l’ho visto nascere, lo vedi tutti i giorni… Non mi so immaginare un uomo che non ha un figlio. Io non mi potrei più immaginare senza di lui.
C: Che rapporto hai con il denaro?
GA: Il denaro serve, ma l’ho sempre messo come ultima cosa. Anche nel lavoro… C’è prima sempre la gloria, poi quello viene di conseguenza se arrivi a certi risultati. Io non ho mai fatto né cifre né niente nel mio lavoro. Il compenso è sempre stato in base alla prestazione, a quello che son riuscito a fare. La gente mi deve giudicare per quello che ho fatto e per la persona che sono. Mi sono trovato sempre strabene così. Perché questa città e gli altri Palii d’Italia mi hanno dato tantissimo. Io vengo da una famiglia normalissima e ora mi ritrovo con tante belle cose tra le mani.
C: Tu appari come realmente sei o sei come appari?
GA: Intrigo di parole… Ma sì, io sono come appaio.
C: La cosa che ti infastidisce di più nella vita?
GA: Mi infastidisce, mi dispiace che ho la mia famiglia lontana da me. I miei genitori, le mie sorelle, i nonni. Che non li posso vivere tutti i santi giorni. E poi mi infastidirebbe molto un tradimento nel lavoro.
C: Ti piace leggere?
GA: No. Anche perché, sai, con il fatto che sono andato poco a scuola, le difficoltà iniziali, la lingua, mi hanno limitato. Leggo le cose del mio lavoro, quelle che mi interessano, sui cavalli e cose del genere, di Palio e via dicendo.
C: Che cos’è il coraggio?
GA: Il coraggio non lo so descrivere, lo hai dentro, o ce l’hai o non ce l’hai, ci nasci con quello!
C: La vita va presa per le corna o accarezzata?
GA: Io la prendo sempre per le corna, nel senso… Io mi butto sempre, come mi hai fatto prima quella domanda sul futuro. Io affretto sempre tutto e prendo per le corna tutto. Alle volte mi rendo conto che è anche sbagliato, ma è il mio carattere.
(Non poteva essere diversamente la risposta. Il collegamento lo ha fatto lui stesso con l’altra domanda. Questa e quella sul futuro ha dato delle risposte immediate. Il suo carattere è quello, ha cominciato a correre a tredici anni, il babbo gli ha insegnato ad affrettarlo il futuro e lui è sicuramente un combattente.)
C: La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?
GA: La vita è un sogno.
C: Credi in quello che fai o fai quello in cui credi?
GA: Tutte e due, credo in quello che faccio e faccio quello in cui credo.
C: C’è un film che ti piace in particolare?
GA: Oddio, prima non ero molto… nel senso, la televisione, che ci fosse o meno era lo stesso per quanto la guardavo io. E così anche per il cinema. Ma da quando ho il bambino la guardo. Kung Fu Panda lo guardo volentieri sempre anch’io. Perché i cartoni dei bambini insegnano anche tante cose ai grandi.
C: Ti senti un po’ bambino ogni tanto?
GA: Sempre, sì, certo.
C: Sei curioso?
GA: Sì, tanto!
(Anche a questa ha risposto senza pensare un attimo e lo ha detto con fermezza e aguzzando l’occhio come se la volesse confermare anche con lo sguardo la sua curiosità. È curioso!)
C: E allora cosa ti incuriosisce di più nella vita?
GA: Le persone. Mi incuriosiscono le persone. Mi piace scoprire, leggere le persone che ho davanti, o che lavorano con me.
C: Meglio i debiti morali o materiali?
GA: Materiali.
C: Qual è il tuo cavallo ideale?
GA: Avevo un purosangue che mi è morto quest’estate, Aberrant. Ci ho fatto tutti i Palii d’Italia e lui non era il cavallo più veloce o il cavallo super, ma il suo carattere lo faceva essere super, non mollava mai. Alla mossa ti potevi cappottare cento volte, lui non sentiva, era sempre pronto a ripartire. Eravamo in simbiosi, avevamo lo stesso carattere, voleva arrivare sempre al traguardo, era di cuore. Il suo coraggio andava oltre a tutto. A 14 anni se n’è andato, ma io lo ricorderò sempre.
C: La prima volta che hai galoppato in Piazza del Campo, la sensazione di quel momento?
GA: L’emozione è stata tantissima. Montai un cavallo di Lazzaro Beligni, Giove. Io ero da Gigi Bruschelli e quell’anno non avevamo cavalli. Io non dovevo montare. La notte Lazzaro. Fra me e lui c’era un affetto particolare, disse: “No, ma te non puoi, te non puoi non montare, te ora monti la mi’ cavalla.” Non so nemmeno da chi aveva questa cavalla, e la monti la notte e per la mattina della Tratta. Io montai un cavallo che non ci avevo mai messo il sedere sopra, Cambanoa, poi montai anche Donnaiolo. Una sensazione unica. Arrivi lì con la paura di sbagliare e tutto quanto, ma sei pronto, preparato, forse anche incosciente, avevo diciotto anni, e invece è stato tutto facile. Emozionante ma facile.
C: Hai detto di Lazzaro, che vuol dire avevi un rapporto particolare?
GA: Lui aveva i cavalli dove ero io a lavorare, dal Bruschelli, e ci fu subito intesa. Mi prese a ben volere, gli entrai in simpatia e nacque un bellissimo rapporto. Mi portava fuori a cena, mi è stato vicino, mi dava dei consigli che io apprezzavo tanto e ne facevo tesoro. Anche negli anni dopo mi è stato vicino in tutto e per tutto. Ancora oggi con tutta la sua famiglia c’è un bellissimo rapporto.
C: Quindi questo un aggancio in più all’Oca?
GA: Ma sai, Lazzaro non ha mai mischiato… anzi, l’anno in cui ho montato nell’Oca e ci ho vinto, lui metteva le mani avanti. Diceva: “Questo è un ragazzo d’oro, questa però è una cavallina un po’ così…”
C: Insomma, subentrava l’ex fantino che tutelava il fantino, più che il contradaiolo?
GA: Sì, lì mi difendeva. Sai, lui era uno tosto, ma in quel caso…
C: Invece il giorno che hai corso il primo Palio e sei uscito dall’Entrone?
GA: Beh, bellissimo. Ancora oggi mi fa lo stesso effetto. La giornata del Palio è una giornata impegnativa. Fatta di emozioni di tutto, è una giornata veramente impegnativa. Gli ultimi momenti prima di uscire dall’Entrone sono momenti pesanti, penso per tutti i fantini. Però al momento che esco e il cavallo mette i piedi nella pista, lì mi trasformo, cambia la persona. C’è solo l’obiettivo di far bene, e se possibile vincere. Non m’importa più niente di quel che succede dopo e il giorno dopo. Nel senso, lì dai tutto!
R: Fatti una domanda e datti una risposta. Che domanda fa l’Atzeni a Giovanni?
(Dopo aver pensato per un po’)
GA: I risultati importanti dovranno ancora arrivare, Giovanni? Sì!!!
C: Che cos’è la fortuna?
GA: Per come sono io, mi piace lavorare, fare dei sacrifici e non credere alla fortuna. Poi son convinto che esiste, ma se mi domandi che cos’è non saprei che dire. È una cosa che ti aiuta. Posso pensare che è come ti comporti nella vita in generale. Poi nei momenti che ti deve dare, ti dà.
C: Credi più nel lavoro che nella fortuna, allora?
GA: Sì. Però è anche il comportamento che hai nella vita, con il prossimo, con il mondo intero. Nel momento che hai bisogno di fortuna, quella ti dà quello che hai dato… nel bene e nel male.
(E qui c’è un bell’Atzeni. Questa può sembrare una risposta filosofica che però di fatto non è. Questa è una risposta di un ragazzo generoso e sensibile, che ama e rispetta il suo prossimo.)
C: Che cos’è vivere, Giovanni?
GA: Vivere è bello. La vita mi ha concesso di fare quello che volevo e sono sempre arrivato ai miei obiettivi con sacrifici, sì! Ma questo, prima del mio lavoro, è la mia passione. Tornando alla fortuna, io sono fortunato perché faccio quello che mi piace fare e, finito il lavoro, ho il mio bambino e Ilaria e ho tante belle cose. Quindi sì, Camillo, vivere è bello!!!
(Ha pensato tanto prima di darmi quella risposta. Si vedeva che pensava, non sapeva come definirmi la Vita, e poi mi ha detto quello che ho scritto, consapevole e felice di quello che mi stava dicendo e della sua vita. La voce decisa, più squillante, gli occhi gli brillavano e l’espressione era compiaciuta, felice.)
C: Ad Ilaria, quando ci feci la chiacchierata, le dissi: “Ilaria, fatti una domanda e datti una risposta”. Lei si domandò: “Mi sposerò prima o poi?” Si rispose: “Sì, dai…!” Ora la domanda la faccio a te: ma la sposi Ilaria?
GA: Sì, senza dubbio! Appena c’è l’occasione… Sì, siamo vicini, dai!
(Sicuramente il Tittia è un “Aggeggio”… Detto alla senese. Furbo e scaltro, due occhietti neri e piccoli, a volte quasi inespressivi, fermi. Probabilmente, come dice lui, prende troppo la vita per le corna e ne vuole far troppe. Ma è un ragazzo molto sensibile, sensibile quanto determinato. Quel babbo che guarda i cartoni animati con il figlio è probabilmente il momento più bello della sua giornata e della vita e forse fa quello che non ha fatto da piccolo. I cavalli lo hanno sempre portato, sin dalla Germania, ad altre azioni che guardare i cartoni animati. Il bimbo, il ragazzino Giovanni, c’è ora mentre guarda i cartoni con il suo bimbo. Giovanni ha dei valori importanti e non solo familiari. Va in Sardegna solo per festeggiare gli ottant’anni del nonno. Amicizia, riconoscenza, sono parole che fanno parte di lui. Ragazzo concreto e sensibile che ama, rispetta e aiuta il suo prossimo. Innamorato del figlio e di Ilaria, anche se con poche “ciance”, come ebbe a dire anche Ilaria. Timido, la timidezza gli viene dalla “paura” di esprimersi male. Il suo intercalare “nel senso” vuol sempre puntualizzare, non vuole essere frainteso: questa è la sua timidezza. Geloso di Ilaria. Ha dei valori forti verso la famiglia ed è pazzo del figlio. Giovanni Atzeni è molto diverso dal Tittia. Quando io l’ho ripreso per le cose di Palio, riprendevo sempre il Tittia, mai il Giovanni. Le poche volte che ci avevo parlato l’ho intuito così. A Giovanni piace conoscere le persone, ma è cosa che piace molto anche a me. La cosa che ha veramente forte Giovanni è l’orgoglio. Se mi domandate: “Ci descrivi Giovanni Atzeni?” Io lo vedo: dedito al lavoro, orgoglioso, esigente e puntiglioso, con una voglia d’arrivare smisurata e con un forte agonismo. Sensibile, rispettoso dell’amicizia, altruista verso il prossimo. Freddo, difficile perda la bussola, coraggioso. Babbo innamorato. Compagno innamorato. Ama la famiglia natale ed è fondamentale nella sua vita. Però non si scorda delle cose che gli hanno fatto ed è permaloso. Ha un senso di “frustrazione” perché si sente incapace di esprimersi. Non è vero! Ma lui ha questa “fobia” che gli viene probabilmente per il fatto che si sente di non aver studiato. Però il Tittia è un aggeggio, come ho scritto da principio. Ma è anche e soprattutto una bella persona.)
C: Grazie Giovanni, in bocca al lupo per la vita.
GA: Grazie Camillo.
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