7 settembre 2026
Il Palio d’Asti all’ultimo respiro: Dino Pes e Excalibur regalano il Drappo a San Martino San Rocco
Tra i litiganti il terzo gode, recita un vecchio proverbio. Ma forse, per raccontare il Palio di Asti 2026, sarebbe ancora meglio dire che a godere, alla fine, sono stati in molti. Piazza Alfieri ha regalato tre giri di sussulti, di attese, di pronostici messi continuamente in discussione. E quando sembrava che la storia avesse già scelto il suo protagonista, quando San Lazzaro pareva avere in mano la corsa e San Pietro e Tanaro erano lì a contendere ogni metro, il destino ha cambiato ancora una volta traiettoria.
A sbucare davanti a tutti, proprio quando sembrava non esserci più spazio per inventare nulla, è stato Dino Pes detto “Velluto”, in groppa a Excalibur, per i colori biancoverdi di San Martino San Rocco. Una planata verso il traguardo. Una di quelle traiettorie che sembrano quasi studiate dalla fantasia prima ancora che dalla tecnica. E invece sono reali, sono istinto, sono esperienza. Sono il gesto di chi sa aspettare il momento esatto nel quale una corsa può smettere di essere quella che tutti avevano immaginato.
Il Palio di Asti 2026 è finito così: con Dino Pes davanti a tutti e San Martino San Rocco di nuovo sul tetto di Piazza Alfieri dopo quattordici anni. L’ultima vittoria biancoverde risaliva infatti al 2012. La finale, dopo due partenze false, ha preso il via alla terza mossa. E da quel momento è stata una corsa costruita sul filo dell’equilibrio. San Lazzaro, con Giuseppe Zedde “Gingillo” su Ajo de Sedini, è uscito davanti e ha comandato a lungo. Dietro, San Pietro con Carlo Sanna “Brigante” e Tanaro con Federico Arri “Ares” hanno provato a costruire il proprio Palio.
Dino Pes, invece, è rimasto in un’attesa calcolata. Le cadute di Carlo Sanna prima e Federico Arri poi, hanno aperto un varco e Velluto lo ha visto prima degli altri. È entrato nella corsa quando la corsa già scritta e ha trasformato gli ultimi metri nel suo Palio.
Forse è proprio qui che il Palio riesce a essere più Palio. Nei giorni che hanno preceduto la corsa si sono rincorsi i nomi dei favoriti, quelli considerati appetibili, promettenti, quelli che sembravano avere qualcosa in più. E alcuni, in effetti, non avevano bisogno di troppe ipotesi: erano nomi che in Piazza Alfieri, e non soltanto lì, hanno già dimostrato di saper stare davanti. Non si è andati lontani dal fare previsioni corrette. E non si è andati lontani, nemmeno, dal vedere scritto ancora una volta nella storia del Palio un nome che di magie ne ha già fatte diverse: Dino Pes. A 45 anni, il fantino sardo ha aggiunto un’altra pagina alla sua storia astigiana. La prima vittoria era arrivata nel 2019 con la Cattedrale, su Ribelle da Clodia. Oggi, nel 2026, è arrivata la seconda, questa volta con San Martino San Rocco ed Excalibur.
Prima della finale c’è stato tutto il resto. Tre batterie, sette contendenti al canapo per ciascuna, ventuno accoppiate chiamate a conquistarsi uno dei nove posti disponibili per la corsa decisiva. Una selezione che, come spesso accade ad Asti, non ha premiato soltanto i favoriti, ma ha chiesto a tutti di interpretare la mossa, la pista, la tensione e soprattutto quel margine di imprevedibilità che il Palio non concede mai di ignorare. Andrea Calamassi, il mossiere ad Asti per il quarto anno consecutivo.
La prima batteria è stata subito una prova di nervi. Quasi cinquanta minuti di mossa, otto false partenze, richiami, tensione crescente e anche la caduta di Mattia Chiavassa su Arraju per San Paolo, fortunatamente senza conseguenze. Marco Bitti, per Cattedrale, su Wakanda, ha condotto con grande sicurezza. Una corsa nella quale non incidono le difficoltà e le tensioni che avevano preceduto il via, prendendo la testa e mantenendola fino al traguardo. Alle sue spalle Federico Arri “Ares” per Tanaro Trincere Torrazzo, su Chimera da Clodia, ha conquistato il secondo posto e con esso la finale. Salvatore Nieddu “Lesto”, al debutto al Palio di Asti e all’esordio con San Silvestro, su Fizza e Sa Luna, ha costruito una corsa di grande personalità. Nieddu ha saputo rimanere dentro la corsa e soprattutto gestire il finale con lucidità, contenendo il ritorno di Montechiaro e Nizza e difendendo quel terzo posto che valeva la finale. È proprio questo il tipo di prestazione che merita un plauso anche oltre il semplice risultato. Era un esordio in Piazza Alfieri sì, ma Nieddu ha corso con una maturità che non aveva nulla dell’esordiente. E così, mentre Cattedrale e Tanaro avevano costruito la loro qualificazione con una corsa davanti a tutti, San Silvestro ha conquistato la finale attraverso un altro tipo di forza: la capacità di resistere. È forse anche per questo che il nome di Salvatore Nieddu merita di rimanere tra quelli da ricordare di questa giornata. Per la testa e per il coraggio. La prima batteria ha lasciato anche uno dei primi grandi amari in bocca della giornata. Gavino Sanna con El Rey per Moncalvo. Due richiami e, alla partenza valida, è rimasto fermo al canapo. La corsa che sulla carta sembrava poter essere una delle sue non è nemmeno cominciata.
La seconda batteria ha invece consegnato alla finale San Lazzaro, Torretta e San Martino San Rocco. Davanti a tutti Giuseppe Zedde “Gingillo” per San Lazzaro, lucido e incisivo, come del resto non manca quasi mai di essere, qualunque sia la situazione che gli si palesi, qualunque la condizione che la corsa gli presenti. Se con il Palio si può appena sussurrare la parola garanzia, con Zedde si può alzare di un tono la voce e pronunciarla con un po’ più di sicurezza. Mentre Sebastiano Murtas “Grandine” per Torretta e Dino Pes “Velluto” per San Martino San Rocco hanno conquistato gli altri due posti disponibili. E riletta con gli occhi della sera, questa batteria sembra quasi contenere già un’anticipazione della finale.
La terza batteria ha completato il quadro con Baldichieri, San Pietro e Castell’Alfero. Baldichieri – montato alla partenza da Alessandro Cersosimo ha conquistato la batteria con il cavallo scosso Dyllu, mentre San Pietro e Castell’Alfero hanno completato i qualificati. A prendersi la scena da subito San Pietro, tra i nomi più chiacchierati alla vigilia di questo Palio. Una prova condotta con sicurezza, con la testa della corsa tenuta con autorevolezza e una buona intesa con Lupin da Clodia, binomio capace di dare equilibrio alla gestione dei tre giri in batteria. Dietro, il resto dei contendenti si è giocato i posti disponibili per la finale, mentre Brigante ha potuto amministrare con intelligenza una batteria nella quale ha mostrato esattamente le qualità che alla vigilia gli venivano riconosciute.
La finale sarà poi contesa da soli otto: Castell’Alfero è stato ritirato in seguito alle valutazioni veterinarie.
Ecco perché vale la pena sottolineare ciò che hanno raccontato queste batterie: perché il Palio di Asti non è soltanto da vincere, ma prima ancora da conquistare. E in qualche prova, in qualche esordio, in qualche corsa costruita con intelligenza, si è forse già intravista quella scintilla che rende una finale non soltanto un traguardo, ma forse l’inizio di una qualche altra storia.
E c’è qualcosa di curioso in questa domenica sportiva italiana. A poche decine di chilometri da Asti, a Monza, Andrea Kimi Antonelli ha appena scritto un’altra pagina destinata a rimanere nella storia. Il ventenne bolognese della Mercedes ha vinto il Gran Premio d’Italia partendo dalla 19ª posizione, riportando un pilota italiano sul gradino più alto di Monza sessant’anni dopo Ludovico Scarfiotti. Due mondi completamente diversi, Formula 1 e Palio. Due piste che non potrebbero essere più lontane per tecnologia, velocità e dimensione. Eppure, in questa domenica, raccontano qualcosa di molto simile. Che bisogna correre. Che bisogna farlo bene. Che una partenza difficile non è necessariamente una condanna. Che qualche volta partire in sordina, restare dentro la gara, conservare pressione ed energie può fare la differenza quando gli altri iniziano a sentirne il peso. Antonelli ha rimontato dalla diciannovesima posizione fino alla vittoria. Dino Pes ha aspettato che la finale gli concedesse il varco giusto e, quando quel varco è arrivato, non lo ha lasciato passare. Alla fine, però, a vincere è sempre uno. È una percentuale infinitamente piccola rispetto al numero di quelli che corrono. E ad Asti sono tanti quelli che ogni anno si contendono quella percentuale, quel Drappo, quei tre giri capaci di trasformare un pomeriggio di pronostici in una pagina di storia.
E questa volta la pagina è biancoverde.
Miriana Sala
per Brontolo dice la sua
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