5 gennaio 2026
L’ultimo brindisi e il silenzio del ritorno: Il dolore di un’intera comunità.
Il Cuore si ferma davanti alle Bare.
Di Pier
È un momento di un silenzio assordante. Ci sono immagini che la televisione trasmette e che non vorremmo mai vedere, frame che colpiscono dritto allo stomaco e che, per un istante che sembra un’eternità, ti fermano il battito del cuore.
Quelle bare che rientrano. Piccole, troppe, racchiuse in un legno che profuma ancora di giovinezza interrotta. Erano i “nostri” ragazzi. Gli adolescenti della porta accanto, quelli che vedevamo ridere al citofono o rincorrere un autobus con lo zaino in spalla.
Erano partiti per la Svizzera con la gioia negli occhi, quella tipica di chi ha sedici o diciassette anni e sente che il mondo è un tappeto steso ai propri piedi. Dovevano festeggiare l’arrivo del 2026, un anno che per loro doveva essere fatto di prime volte, di sogni, di esami e di amori. Invece, quel brindisi è diventato l’ultimo atto di una tragedia che non riusciamo ad accettare.
Come si fa a non rabbrividire? Come può un padre, una madre, o semplicemente un essere umano, guardare quelle immagini senza sentire un gelo che sale dalle ossa? Non è solo cronaca. È un pezzo della nostra comunità che se ne va, è il futuro che viene strappato via con una violenza che non ammette spiegazioni.
C’è una frase che rimbalza nei telegiornali e nelle strade del nostro paese, una frase pronunciata da un padre che ha perso tutto:
“Con mio figlio sono morto anche io.”
In queste sette parole c’è l’abisso. Non esiste un vocabolario per descrivere la perdita di un figlio; siamo “orfani” se perdiamo i genitori, “vedovi” se perdiamo il coniuge, ma per chi perde un figlio non c’è nome. Perché è una cosa che va contro natura, contro ogni legge del cielo e della terra.
Sentire quel dolore così nudo e crudo ci fa sentire tutti vulnerabili. Ci guardiamo intorno e vorremmo abbracciare i nostri figli più forte, consapevoli che la vita è un soffio di vetro, bellissimo e fragilissimo.
Oggi non piangono solo le famiglie, piangiamo tutti. Il dolore più grande non è quello che si urla, ma quello che si condivide nel silenzio di una piazza che aspetta il ritorno di quei ragazzi, pur sapendo che non torneranno come prima.
Restiamo qui, con il cuore pesante e le domande senza risposta, a chiederci perché il destino abbia scelto di fermare l’orologio proprio mentre scoccava la mezzanotte di un anno nuovo. Possiamo solo stringerci, restare umani nel dolore e non lasciare che quel grido di un padre cada nel vuoto.
Perché in quelle bare, in fondo, c’è un pezzo di ognuno di noi.
Le mie più sentite e sincere condoglianze a tutti i genitori che hanno perso un figlio in questa tragedia.
Pier
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